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  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Giorgio Andreotta CalòClessidra (U), 2013
  • Becky BeasleyPlank III (Covering Ground), 2008
  • Becky BeasleyFigure (Part 2), 2008
  • Wolfgang BerkowskiThis is how you disappear/Grid) Case Study IV, 2013
  • Wolfgang BerkowskiModels for Inflatable Cages, 2004/2013
  • Stefan BrüggemannSeven Reversed Mirrors, 2010
  • Manfred PerniceUntitled (AVA), 2008
  • Gianni PiacentinoDark Red-Purple Small Pole III, 1966
  • Giulia PiscitelliPlessimetro, 2009
  • Heather RoweUntitled, 2009
  • Nora SchultzModel for Underground Airport (After Vantongerloo), 2010
  • Alexandre SinghConcerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting, 2010

Despite Our Differences

8 ottobre > 14 dicembre 2013

 

Despite Our Differences

 

a cura di Adrienne Drake

 

con Giorgio Andreotta Calò, Becky Beasley, Wolfgang Berkowski, Stefan Bruggemann, Manfred Pernice, Gianni Piacentino, Giulia Piscitelli, Heather Rowe, Nora Schultz, Alexandre Singh

 

Fondazione Hippocrene
12, rue Mallet-Stevens
Parigi

 

Despite Our Differences presenta una selezione di opere appartenenti alla Collezione Giuliani, insieme a un lavoro site-specific realizzato appositamente per la mostra. Piuttosto che sposare i lavori con un tema dominante, la mostra si allontana da una logica fissa, fedele alla natura ibrida della Collezione e immaginata come una costellazione di idee collegate in cui micro-conversazioni tra le opere illustrano narrazioni intrecciate e proprietà interrelazionali.

 

Alcuni lavori reagiscono allo spazio, sensibili ai diversi aspetti della struttura dell’edificio: superficie, scala dimensionale e punto di vista. Il lavoro di Wolfgang Berkowski, This is how you disappear/Grid) Case Study IV (2013), s’insinua direttamente nell’architettura esistente, della quale indaga la capacità di modellare la rappresentazione e l’esperienza dell’arte. Il suo Models for Inflatable Cages (2004/2013) scandisce e limita i movimenti del pubblico, sollecitando una discussione sulla sua assoluta esistenza: l’opera e lo spettatore sono posti l’uno contro l’altro. Al contrario, Untitled (AVA) (2008) di Manfred Pernice, allontana il pubblico dalla superficie e lo posiziona proprio al centro dello spazio espositivo, libero di muoversi intorno all’opera. Questo monumento composto da elementi di legno ad incastro, frammenti architettonici e una disparata raccolta di scarti di consumo – un pacchetto di sigarette vuoto, piatti, l’involucro di un hamburger di McDonald – celebra momenti quotidiani dimenticati. La disposizione architettonica di Untitled (AVA) agisce come contrappunto alla forma naturale di  Clessidra (U) (2013) di Giorgio Andreotta Calò, una scultura in bronzo, derivante dal calco di un ormeggio deteriorato trovato nella laguna di Venezia. Nel corso degli anni, la marea e l’acqua salata hanno trasformato questo palo in un grezzo e fantastico monumento al tempo.

 

Le sculture anti-monumentali di Nora Schultz sono solitamente realizzate con materiale industriale trovato, residui abbandonati della contemporaneità, estrapolati dal loro contesto originario e riassemblati dall’artista. Questa candida materialità imbeve le sue opere dell’immediatezza del presente. Il lavoro Model for Underground Airport (After Vantongerloo) (2010) attiva la traiettoria dello spettatore mentre cammina. In modo simile, Gianni Piacentino si confronta con le convenzioni dello spazio sovrastandolo con Dark Red-Purple Small Pole III (1966). Questo lavoro dimostra la costante indagine dell’artista nella ricerca cromatica, qualità artistica e ambiguità della forma nello spazio e preme i confini della scultura e del design in contrasto con il materiale grezzo di Schultz.

 

Questi confini sono affrontati da altre opere in mostra in una dinamica interazione tra media differenti ed esame della forma. In Concerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting (2010), Alexandre Singh immagina una cronistoria dell’arte moderna come se la seconda legge della termodinamica fosse stata invertita, se invece di un movimento verso il disordine ci fosse una tendenza verso l’ordine. La storia che viene alla luce appare come un intricato diagramma che lega insieme realtà e finzione. Singh interroga narrazione storica e rappresentazione e mostra modi in cui il linguaggio e le idee possono mutare e cambiare nel tempo; posiziona il disegno non solo come gesto fisico, ma come un condotto per composizioni che suggeriscono possibili interpretazioni e processi di connessione.

 

Il lavoro di Becky Beasley si muove tra scultura e fotografia attraverso un’esplorazione delle relazioni tra immagine e oggetto, corpo e interiorità. Le due opere in mostra, la fotografia Figure (Part 2) (2008) e la scultura Plank III (Covering Ground) (2008), sottolineano l’interrogarsi dell’artista sul modo in cui immagine, oggetto e linguaggio operano in relazione tra loro. Heather Rowe indaga l’area della scultura, dell’architettura e dell’installazione; gioca su spazi in transizione e impiega strategie che alludono allo spazio dei modelli architettonici anche se il suo uso della scala dimensionale e dei materiali invita a una relazione uno a uno con lo spettatore. In Untitled ( 2009), vetro scuro e specchi angolati riflettono e distorcono il corpo mentre lo spettatore si muove nello spazio espositivo. C’è solo un riflesso oscurato, una rappresentazione fratturata, che allude alla paura sublimale della frammentazione dell’io. Il corpo è anche il soggetto del video in bianco e nero, Plessimetro (2009),di Giulia Piscitelli in cui figure indistinte, come fantasmi, provano a muoversi all’unisono a un ritmo costante e ripetitivo. Piscitelli studia il quotidiano individuale e collettivo in modo da decifrare il soggetto attraverso l’esplorazione dell’identità e della persona. Con il suo Seven Reversed Mirrors (2010), Stefan Brüggemann nega allo spettatore il riconoscimento del corpo. Gli specchi sono privati della loro funzione originaria e rivolti verso il muro così che nulla possa esservi riflesso – nessuna immagine, nessuna idea. Invertendo lo specchio, l’artista nega la relazione tra l’arte e lo spettatore, l’arte e la realtà.

 

La Fondazione Hippocrene è una fondazione indipendente, no-profit, la cui missione principale è quella di contribuire al rafforzamento della coesione tra i giovani europei; contribuisce a “Living Europe”, fornendo sostegno finanziario ad iniziative culturali, educative e umanitarie. Da ottobre 2002, la fondazione presenta mostre d’arte intitolate Propos d’Europe che hanno lo scopo di porre i riflettori sulla scena artistica di un paese e sulle ricchezze e sulle diversità culturali dell’Europa, presentando le opere di artisti che vivono in diversi stati del continente, il cui lavoro è nutrito sia dalla cultura del proprio paese che da quella europea.

 

La fondazione ha anche dato vita al “Hippocrene Prize for Education about Europe”, che vede la sua prima edizione nel 2010, in collaborazione con l’Accademia di Parigi e con il sostegno della Maison de l’Europe di Parigi e l’European Association of Education (AEDE). Dal 2012, il premio è stato promosso a livello nazionale, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e l’agenzia Europe-Education-Formation-France. Nel 2013, la fondazione ha inoltre organizzato il Premio Parigi-Berlino in collaborazione con la Fondazione Allianz, le autorità educative di Parigi e Berlino e con il sostegno della OFAJ, per celebrare l’anniversario del Trattato dell’Eliseo.

Oscar Tuazon

Two-part Chair, ink on paper, 2012

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Staircase), 2008

Oscar Tuazon

Formerly, when how to get my living honestly..., 2012

Peter Fend

Uber die Grenze: May Not Be Seen or Read or Done, 2012 (detail)

Beau Dick

Shaman, 2009

Oscar Tuazon

Two Possible Chairs IV, 2012

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Lamp), 2008

Scott Burton

21 aprile > 20 luglio 2012

 

by Oscar Tuazon

 

con Scott Burton, Beau Dick, Peter Fend, Jackie Ferrara, Martino Gamper, Bruce Goff, Elias Hansen, Bea Schlingelhoff, Oscar Tuazon

“La base, o il piedistallo, è una forma specializzata del tavolo.”
– Scott Burton

 

Ho intitolato la mostra “Scott Burton” perché dovevo scegliere un nome che esprimesse il mio stato d’animo. Probabilmente avrebbe avuto più senso prendere il titolo da Bea Schlingelhoff, e chiamarla “Fuck The Participant”, un gioco di parole che avrebbe descritto più precisamente il dualismo presente nel lavoro di Burton, sottilmente perverso, antagonista, sexy. C’è un bellissimo autoritratto di Burton, in posa con una parrucca Afro e la faccia bianca, vestito con la salopette e un enorme dildo, che potrebbe benissimo essere il sottotitolo di Fuck the Participant.

 

Credo di aver provato a diventare Scott Burton. Non so come fanno gli altri, ma io ho fatto così. Ed è stato strano. Un demone è entrato nella mia testa. All’improvviso ero solo dentro la casa di quel demone. Ho provato a costruire i piedistalli, ho provato a costruire i tavoli. Ho letteralmente pensato di diventare un’altra persona, indossavo una maschera di Beau Dick. Dick fa maschere della tradizione cerimoniale Kwakiutl, oggetti designati ad avere una funzione—ma un’idea di funzionalità che si espande per includere stati e sogni allucinogeni. Chiamatela utilità psichica. Io non so come chiamarla, ma so quello che fa. Sono sicuro che Dick indossa le maschere mentre le costruisce, come Martino Gamper testa una sedia, sedendovisi, collaudandola col suo corpo. Che è qualcosa che non puoi dire della pittura. Bea dice “la pittura è una tecnica che potrebbe essere intrinsecamente sospetta”, ed io tendo ad essere d’accordo con lei.

 

I rendering di Bruce Goff, l’originale architetto criminale, sembrano più illustrazioni di fantascienza che architetture tradizionali. Si può immaginare Goff, in pigiama di seta, mentre costruisce nella sua testa scale frattali in cristallo, porta alla luce orbite, indora l’intero portale, dentro e fuori. Anche io e Elias ci abbiamo provato, non è andata bene. Jackie Ferrara ha adottato un approccio più sistematico, rigoroso e lineare, un metodo che si ripete. Ferrara, uno dei pochi artisti che si sono avventurati nella pericolosa zona tra la scultura e l’arredo prima di Burton, è conosciuta principalmente per i lavori tridimensionali. L’ampia selezione di disegni e fotografie inclusi nella mostra, sebbene appartenga a un periodo che va dal 1981 al 2007, dimostra una notevole coerenza. Senza pretese e sobri, i disegni hanno una rara chiarezza didattica—leggendoli è quasi un’esperienza fisica.

 

Scott Burton fu invitato a disegnare le sedute per la galleria d’arte del Massachusetts Institute of Technology mentre stavano ancora progettando l’edificio e trascorse molto tempo a studiare le planimetrie con l’architetto, I. M. Pei, focalizzandosi alla fine su un particolare elemento dell’edificio. La proposta di Burton fu una panchina di granito nella hall, il cui schienale fungeva da ringhiera del mezzanino del palazzo, scomparendo silenziosamente nell’architettura dell’edificio. Da un altro punto di vista, la proposta di Burton travisa la funzione prestabilita dello spazio, creando una zona di confusione al centro dell’edificio. Credo che questo si chiami “dominare dal basso.” Certo, questo gesto radicale era illegale poiché trasgrediva il regolamento edilizio sull’utilizzo e sull’altezza della ringhiera. La proposta fu considerata troppo pericolosa da realizzare, e quindi Burton trasformò l’idea iniziale in un’elegante e sobria panchina che seguiva a distanza la curva della ringhiera, sparendo di nuovo.

 

Il lavoro di Burton è caratterizzato da invisibilità—perversamente banale, non appariscente, brutto, doloroso sui genitali, masochistico—e una specie di brutale auto-riconoscimento, realismo doloroso. Brancusi ha trovato un nome, ‘scultura pragmatica’ che a Burton piaceva usare, ma lui era più severo con se stesso rispetto a Brancusi. Mentre Burton era un vero nichilista, Peter Fend rimane, per qualche oscura ragione, un incurabile ottimista, l’unica persona che mi viene in mente che ancora crede, ardentemente, nella potenzialità rivoluzionaria di un’opera d’arte nel trasformare il mondo. Quello che condividono, a parte un amore masochista per il fallimento, è un ideale visionario e ispirante di un’arte invisibile, ubiqua, elementare. Viva nel mondo. E, come i disegni di Ferrara, decisamente parziale, incompleta—istruzioni che attendono azione.

 

L’essenza di una sedia è che quando la stai usando non la stai guardando. Può una scultura di una sedia può essere anche una sedia, può una cosa può avere una doppia identità, essere raddoppiata, transessualizzata, perché non può una cosa può essere due cose?

Hello

 

Edizioni Nero
Tiratura di 1000 esemplari
2012
Italiano/Inglese
25,00€

 

Pubblicato in occasione della mostra di Simon Dybbroe Møller, Hello, il catalogo include un testo di Chris Sharp.

 

 

  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer vertieen, home, 2013 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveNummer vertieen, home, 2013 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveNummer dertien, emotional poverty, Effugio C, You’re always only half a day away, 2010-11 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveEverything is going to be alright, 2007

Nummer Veertien, home

5 febbraio > 23 marzo 2013

 

Dal 2003, anno in cui realizza il suo primo film, l’artista olandese Guido van der Werve basa i suoi lavori su azioni performative bizzarre, estreme, giocando sul continuo slittamento dal piano del reale a quello del fantastico. Musica, resistenza fisica e natura selvaggia ritornano come componenti simboliche nelle sue visioni metafisiche, dove l’artista ricopre spesso il triplice ruolo di protagonista, compositore e maratoneta. Prove solitarie di superamento del proprio limite personale, segnato da paure e blocchi emotivi, vengono documentate con uno stile freddo, impassibile capace però di rivelare uno spirito profondamente ironico e romantico.

 

Nummer veertien, home è il nuovo film e il primo lungometraggio realizzato nel 2012 da van der Werve. Dal 5 febbraio 2013, per la prima volta in Italia, sarà possibile assistere alla proiezione presso la Fondazione Giuliani. Si unisce alla presentazione dell’ultima opera dell’artista il video You’re always only half a day away, che costituisce una delle parti in cui si divide il lavoro Nummer dertien, emotional poverty del 2010-2011.

 

Per venti giorni, lungo un percorso di circa 1700 km dalla Polonia alla Francia, Guido van der Werve intraprende un estremo pellegrinaggio, a nuoto, in bicicletta e in corsa, verso la tomba di Frédéric Chopin. Il compositore polacco, sepolto nel cimitero parigino di Père Lachaise, espresse come ultimo desiderio prima di morire che il suo cuore fosse riportato in patria, nella chiesa di Santa Croce a Varsavia, dove si apre Nummer veertien, home. Un requiem composto dall’artista accompagna tre narrazioni che s’intrecciano: il suo viaggio nostalgico a passo di triathlon, un irreale ritorno nella natia Olanda ed una sorta di documentario su Alessandro Magno, morto lontano da casa come Chopin. Elemento chiave del film, caratteristico della pratica di van der Werve, è l’uso calibrato di un sottile umorismo che allenta l’atmosfera cupa e malinconica dei suoi lavori, rendendo surreali le sue ardue performance. La ricerca di un equilibrio tra stati d’animo ed emozioni contrastanti è metafora di un’intima conflittualità interna che attraverso i vari film viene estrapolata, sdrammatizzata, resa più sostenibile.

 

In Nummer dertien, emotional poverty il mito del ‘non ritorno’, la stasi emotiva e il senso latente di fallimento diventano fattori scatenanti di tre prove di resistenza estreme, documentate attraverso una serie di diapositive, fotografie, un testo e il video You’re always only half a day away. Qui van der Werve si cimenta in una corsa senza sosta intorno alla sua casa in Finlandia sfidando con ironia se stesso e l’attenzione dello spettatore per dodici ore consecutive.

 

Co-prodotto dalla Fondazione Giuliani, Nummer veertien, home è stato presentato in anteprima europea all’International Film Festival Rotterdam, ed è in mostra allo Stedelijk Museum di Amsterdam dal 25 gennaio fino al 28 aprile 2013.

 

Nato a Papendrecht in Olanda nel 1977, Guido van der Werve vive attualmente tra Hassi (Finlandia) e Berlino. Tra le più recenti mostre personali si possono annoverare Secession, Vienna (ad avvenire, 2013); Nummer veertien, Luhring Augustine Gallery, New York (2012); Emotional Poverty, Galerie Juliette Jongma, Amsterdam (2011); Blackbox, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington DC (2009); Everything is going to be alright, Hayward Gallery, Londra (2008); on parity of days, Kunsthalle Basel (2008).

Once upon a time a clock-watcher during overtime hours

 

Edizioni Nero
Tiratura di 1000 esemplari
2011
Italiano/Inglese
20,00€

 

Pubblicato in occasione della mostra di Ahmet Öğüt, Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, il catalogo include testi di Adrienne Drake e Bruce W. Ferguson.

 

 

 

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BRUCE FERGUSON IN CONVERSAZIONE CON AHMET ÖĞÜT

 

Bruce Ferguson in conversazione con Ahmet Öğüt

venerdì 16 settembre 2011
alle 14:00

SALT Beyoğlu
Istiklal Caddesi 136, Beyoğlu 34430 Istanbul

 

Nell’ambito della mostra Across the Slope dell’artista Ahmet Öğüt in corso presso SALE Beyoğlu, il curatore e critico Bruce Ferguson and Ahmet Öğüt discuteranno sul recente progetto dell’artista Once upon a time a clock-watcher during overtime hours presentato alla Fondazione Giuliani, Roma.

Il catalogo della mostra alla Fondazione Giuliani, che include un saggio di Ferguson, sarà presentato durante la conferenza.

Ahmet Öğüt

Wikipolis, 16mm film, 2011

Once upon a time a clock-watcher during overtime hours

30 aprile > 23 luglio 2011

 

Con spirito acutamente perspicace e tagliente, Ahmet Öğüt esamina le casualità quotidiane, i comportamenti e i gesti informali che testimoniano le più ampie strutture globali sociali e politiche. Attraverso l’uso di diversi mezzi espressivi, dall’installazione e la performance al disegno, al video, a interventi in spazi pubblici, Öğüt intreccia racconti che si dipanano tra pratica artistica e vita sociale per provocare consapevolezza critica e sottili slittamenti di prospettiva.

 

In Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, l’artista orienta la sua pratica verso una nuova direzione, usando come risorsa una collezione d’arte. Öğüt ha selezionato opere di Marina Abramovic, Giovanni Anselmo, Carl Andre, Mircea Cantor, Peter Coffin, Cyprien Gaillard, Joseph Kosuth e Sislej Xhafa dalla Collezione Giuliani, creando intorno a ogni lavoro “atmosfere” o interventi che pongono l’attenzione sulle caratteristiche dei lavori stessi e suggerendo allo stesso tempo narrazioni sovrapposte con la prospettiva di generare e potenziare nuovi significati. Questi interventi partono dalla considerazione che nessuna opera d’arte ha una sola lettura ma è aperta a interpretazioni soggettive. Mentre rende omaggio ai lavori di questi artisti, Öğüt mette in questione l’originalità e l’intenzionalità autoriale. Egli crea testi visivi che invitano lo spettatore a riflettere intenzionalmente su un’opera d’arte mentre formula nuove considerazioni e multiple letture.

 

Dispersi nello spazio espositivo ci sono inoltre un gruppo di lavori dell’artista stesso, tra cui alcuni sono stati prodotti in occasione della mostra. Queste opere sottolineano il suo costante interesse rivolto al tempo, alle strutture sociologiche e ai meccanismi di sorveglianza e controllo. Il film in 16 mm, Wikipolis, giustappone una scena di Metropolis, film capolavoro del 1927 di Fritz Lang sulla distopia urbana, con un’immagine di un ex bunker nucleare a Stoccolma che oggi ospita un centro dati con 8000 servers, due dei quali appartengono a WikiLeaks. L’installazione interattiva, River Crossing Puzzle, trasforma un tradizionale puzzle per bambini in un gioco ludico ma carico di preconcetti politici, mentre con My Spy Desk, gli spettatori della mostra diventano involontariamente protagonisti. In definitiva, Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, invita lo spettatore a testomoniare e partecipare a un esercizio di ironia, sfumatura e lettura a più livelli.

Ahmet Ögüt

River Crossing Puzzle, 2010 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

River Crossing Puzzle, 2010 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

1 of 1000 Ways to Stabilise a Wobbly Table, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

1 of 1000 Ways to Stabilise a Wobbly Table, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

My Spy Desk, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

My Spy Desk, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

Wikipolis, 2011

Ahmet Ögüt

Wikipolis, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Once upon a time, opere Öğüt

Nora Schultz

collage, 2010

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Chairs Times I0 & Black Square Times 2, 2010

Nora Schultz

Piece of Tunnel, 2010

Nora Schultz

Frau und Untitled am Strand, 2007 - 2009

Nora Schultz

Turning a Flat Shape Around, 2009

Nora Schultz

Car, 2009; Untitled, 2010

Nora Schultz

X-Tables, 2007

Nora Schultz

Arrow Sculpture, 2007

Nora Schultz

Ergodynamischer Stuhl 3, 2009

Nora Schultz

BMX Path, 2010

Nora Schultz

Untitled (foam mattress I), 2007

Nora Schultz

Model for Underground Airport (After Vantongerloo), 2010

Nora Schultz

Model for a Stage, 2007

Nora Schultz

Collection, 2010

Nora Schultz

Collection, 2010

Nora Schultz

Collection, 2010

avere luogo

12 ottobre > 31 dicembre 2010

 

Assi di metallo, tubi, rampe, lastre di ferro, magneti, corde, gomma. Le sculture di Nora Schultz sono quasi sempre realizzate con materiali di scarto trovati ovunque, sottratti al loro originario contesto e accostati dall’artista con apparente naturalezza sotto la quale si maschera una fitta trama di relazioni interne. Residui fragili della contemporaneità, resi deboli dall’improvvisa detrazione di originaria funzionalità, i materiali, ricollocati nello spazio espositivo, manifestano al contrario il peso della propria presenza.

 

Questa schietta materialità restituisce alle sculture di Nora Schultz l’immediatezza del momento e le rende, prima di ogni altra considerazione, autentici oggetti. Lo spettatore è chiamato di conseguenza a un confronto diretto con essi: che cosa costituisce una scultura? Che cosa costituisce un’immagine? E da cosa è costituita la sua identità culturale nel “qui e ora”? Lasciate “completamente aperte” a filtrare la dimensione spazio–temporale circostante, le sue sculture definiscono o destabilizzano il luogo in cui si trovano rendendolo ad ogni modo evidente attraverso l’installazione stessa.

 

Il termine “luogo” scelto in esplicita contrapposizione alla nozione di spazio, è il filo conduttore della mostra. Il luogo implica l’accadere di qualcosa, un movimento, un’esistenza che riflette una dimensione temporale ben precisa. Intendere la scultura come “luogo” e a sua volta il luogo come “spazio in un ambiente che è stato modificato in modo tale da rendere il contesto generale più evidente”. Questa nota citazione di Carl Andre riferita alle sue sculture prodotte semplicemente posizionando delle unità sul pavimento e alla loro capacità di creare luogo, è insieme ai postulati della Minimal Art, un importante riferimento in questa mostra.

 

In mostra sono presenti una selezione di opere realizzate da Nora Schultz negli ultimi quattro anni che dialogano all’interno dello spazio espositivo con sculture e collage prodotti invece per questa prima personale in Italia.

 

Con il progetto avere luogo, inoltre,la Fondazione Giuliani inaugura ufficialmente una serie di mostre personali che saranno dedicate ad artisti italiani e internazionali invitati a far dialogare il proprio lavoro con le opere della Collezione. avere luogo nasce però non tanto da un dialogo di Nora Schultz con alcune opere scelte dalla collezione quanto da un’attenta riflessione sulla collezione in se come elemento generatore di luoghi.  Affascinata dall’intimo rapporto che lega un collezionista alle sue opere, Schultz ripercorre i luoghi privati della collezione e ne fa una rilettura personale catturando le immagini delle opere attraverso una serie di fotografie che se da un lato riflettono la loro disposizione attuale nello spazio, dall’altro restituiscono il personale movimento dell’artista in quella precisa circostanza.

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Jamie Shovlin e Lustfaust

Hiker Meat (Rough Cut), performance, 2010

Hiker Meat (Rough Cut), foto della performance

Avere Luogo

 

Edizioni Nero
Tiratura di 1000 esemplari
2011
Italiano/Inglese
25,00€

 

Pubblicato in occasione della mostra di Nora Schultz, avere luogo, il catalogo include testi di Barbara Buchmaier, Adrienne Drake, Nora Schultz e Josef Strau.

 

 

 

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THE TAKING PLACE OF AN ART PUBLICATION

 

The Taking Place of an Art Publication

Martedì 21 giugno 2011
ore 19.30

Villa Romana
via Senese 68, Firenze

Presentazione del catalogo avere luogo + incontro
seguito da una selezione musicale curata da NERO

In occasione dell’uscita del catalogo avere luogo, pubblicato per la mostra monografica di Nora Schultz presso la Fondazione Giuliani di Roma nel 2010,

Nora Schultz, artista in residenza a Villa Romana, Firenze
Adrienne Drake, Curatrice della Fondazione Giuliani, Roma
Francesco de Figueiredo e Lorenzo Gigotti, NERO, Roma

discuteranno sul significato che un catalogo d’arte può avere nel contesto della produzione artistica e della realizzazione di una mostra. Su come una pubblicazione è in grado di manifestare la specifica struttura di un lavoro e come può metterla in discussione se non addirittura superarla. Può un catalogo andare oltre la sua fuzione primaria di documentare e rappresentare una mostra e i lavori nel loro complesso? Può il design diventare parte attiva o estensione di un atto espositivo? Può la collaborazione tra un artista, un curatore e dei designer rendere permeabili i confini di queste diverse posizioni rispetto alla produzione artistica?

L’incontro si concentrerà sull’importanza delle pubblicazioni nel contesto dell’arte in generale e sulla produzione e le ricezione dei libri d’arte in questi ultimi anni.

Oltre a questo, NERO presenterà il progetto editoriale legato alla rivista, un free press fondato nel 2004, e le conseguenti attività che il team editoriale realizza nell’ambito della cultura contemporanea.

Fondazione Giuliani

 

La Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea è una fondazione privata non profit dedicata al sostegno, la ricerca e l’esposizione dell’arte contemporanea. È stata fondata nel 2010 dai collezionisti d’arte contemporanea Giovanni e Valeria Giuliani, ed è sotto la direzione di Adrienne Drake.

 

Con particolare attenzione rivolta alle pratiche e alle metodologie della generazione più giovane di artisti italiani e internazionali, la Fondazione Giuliani produce nei propri spazi tre mostre l’anno. Artisti che non hanno mai esposto prima d’allora a Roma sono invitati a realizzare una mostra personale, per la quale la Fondazione commissiona e produce nuovi lavori e pubblica un catalogo monografico che accompagna la mostra. Inoltre supporta e promuove progetti specifici fuori sede, sia a Roma sia all’estero.

 

La Fondazione è un’entità distinta dalla Collezione Giuliani; le mostre spesso però prendono la Collezione Giuliani come punto di partenza per coltivare l’approfondimento e l’interpretazione del proprio processo del collezionare. Mostre collettive selezionano opere della collezione per svelare e sottolineare fili conduttori nella collezione stessa. La fondazione produce inoltre mostre personali in cui gli artisti sono invitati a selezionare e mettere in mostra opere della collezione, posizionate come contrappunti o complementi ai loro lavori. Utilizzando la collezione come archivio, materiale di ricerca ed esperienza, gli artisti stimolano letture multiple di una singola opera d’arte, arricchendo e approfondendo il contesto del display attraverso più livelli di significato e interpretazione.

Micol Assaël

Elecktron, 2007 (photo Claudio Abate)

Simon Dybbroe Møller

Mass, Weight and Volume (Fallen into Place), 2008 (photo Claudio Abate)

Cyprien Gaillard

Real Remnants of Fictive Wars, Part II, 2004 (photo Claudio Abate)

Mona Hatoum

Drowning Sorrows (wine bottles III), 2006 (photo Claudio Abate)

Leslie Hewitt

Untitled (Connecting); Untitled (Horizon Line); Untitled (Hours), 2009 (photo Claudio Abate)

Graham Hudson

Allegory of Commodity, 2008 (photo Claudio Abate)

Alicja Kwade

Andere Bedingung (Aggregatzustand 5), 2009 (photo Claudio Abate)

Jorge Peris

Esperando el apagòn (Waiting for the blackout), 2006 (photo Claudio Abate)

Manfred Pernice

Untitled, 2009 (photo Claudio Abate)

Alessandro Piangiamore

Popcorner, 2006 (photo Claudio Abate)

Marco Raparelli

The Hole, 2008 (photo Claudio Abate)

Natascha Sadr Haghighian

I can’t work like this, 2007 (photo Claudio Abate)

Gedi Sibony

Chatterer, 2007 (photo Claudio Abate)

Nedko Solakov

The Orientation of the News, 2007 (photo Claudio Abate)

Oscar Tuazon

IT, 2009 (photo Claudio Abate)

Jeff Wall

A Sapling Held by a Post, 2000 (photo Claudio Abate)

Mutiny Seemed a Probability, opere

Artisti

 

Micol Assaël
Elecktron, 2007

 

Simon Dybbroe Møller
Mass, Weight and Volume (Fallen into Place), 2008

 

Cyprien Gaillard
Real Remnants of Fictive Wars, Part II, 2004

 

Mona Hatoum
Drowning Sorrows (wine bottles III), 2006

 

Leslie Hewitt
Untitled (Connecting), 2009; Untitled (Horizon Line), 2009; Untitled (Hours), 2009

 

Graham Hudson
Allegory of Commodity, 2008

 

Alicja Kwade
Andere Bedingung (Aggregatzustand 5), 2009

 

Jorge Peris
Esperando el apagòn (Waiting for the blackout), 2006

 

Manfred Pernice
Untitled, 2009

 

Alessandro Piangiamore
Popcorner, 2006

 

Marco Raparelli
The Hole, 2008

 

Natascha Sadr Haghighian
I can’t work like this, 2007

 

Gedi Sibony
Chatterer, 2007

 

Nedko Solakov
The Orientation of the News, 2007

 

Oscar Tuazon
IT, 2009

 

Jeff Wall
A Sapling Held by a Post, 2000

Mutiny Seemed a Probability