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  • Caroline AchaintreTrunkk P., 2018, glazed ceramic; photo Giorgio Benni, Courtesy Arcade London & Brussels

Orari estivi 2020

 

Nel mese di luglio 2020 si potrà visitare la mostra personale di Caroline Achaintre, Permanente, dal mercoledì al sabato dalle 15.00 alle 19.30 e su appuntamento.

 

La Fondazione chiude per il mese di agosto ma riaprirà le porte agli inizi di settembre per poter ancora visitare la mostra di Achaintre fino al 10 ottobre 2020.

  • Caroline AchaintreGepetto, 2019, bamboo e vimini; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Caroline AchaintreCruizer, 2019, lana tastata a mano; foto Giorgio Benni, Courtesy Arcade London & Brussels
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Caroline AchaintreHerbert, 2018, lana tastata a mano; foto Giorgio Benni, Courtesy Galerie Art : Concept
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni
  • Caroline AchaintreLouis Q., 2020, lana taftata a mano; foto Giorgio Benni, Courtesy Arcade London & Brussels
  • PermanenteCaroline AchaintreBiaUltra, 2017, lana taftata a mano; foto Giorgio Benni, Courtesy Galerie Art : Concept
  • Permanenteinstallation view; foto Giorgio Benni

Permanente

Giugno > Ottobre 2020

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Permanente, prima personale romana dell’artista francese Caroline Achaintre. La mostra fornisce uno spaccato della sua produzione artistica includendo arazzi trapuntati a mano, sculture in ceramica, disegni ad acquerello e opere in vimini. Per la mostra in Fondazione, Achaintre ha realizzato un’opera ex novo, Louis Q. (2020), un arazzo nato nel periodo trascorso dall’artista in lockdown a Londra. Questa sua ultima creazione trova ispirazione nell’emblematica maschera con il becco del medico della peste del 17 secolo che, in questo caso, perde però le sue caratteristiche tipicamente macabre impregnandosi dell’ironia tipica dello spirito carnevalesco.

 

Achaintre fonda le sue radici nell’Espressionismo e nel Primitivismo tedesco da cui si sviluppano alcune delle tematiche protagoniste della sua produzione. Le sue creazioni sono maschere deformate e profondamente legate alle collezioni etnografiche occidentali, richiamano il dualismo e ci accompagnano in una parata del carnevale dell’assurdo. La bellezza delle sue opere risiede nella distorsione, nel perturbante freudiano e nella coesistenza tra l’oscurità e la luce come parti complementari di un unico essere.

 

Se i grandi arazzi ci ipnotizzano principalmente per il loro spirito ludico, la qualità viscosa delle opere in ceramica ci seduce con eleganza attraverso i richiami più o meno espliciti al controverso mondo del fetish. Le opere in ceramica dalle superfici lucide e seducenti appaiono in contrasto con le opere trapuntate in lana decisamente più calde e familiari, creando una tensione che incoraggia lo spettatore a conversare con il cast di personaggi animati e poliedrici dell’artista. Le opere tessili, in particolare, incorporano molteplici personaggi che coesistono all’interno della trama colorata dei fili rievocando l’aspetto sciamanico e animista che collega omogeneamente la sua produzione artistica. I disegni a inchiostro e acquerello possiedono una natura figurativa e astratta che esplora l’interesse di Achaintre nei confronti dell’analisi psicologica dei test di Rorschach e degli inquietanti film di fantascienza e horror connessi all’estetica della musica heavy metal. La modalità in cui i lavori di Achaintre si caricano di umorismo, prendendo vita di fronte ai nostri occhi, viene accentuato anche dall’approccio dadaista utilizzato dall’artista per la scelta dei titoli delle sue opere che spesso nascono dallo stesso flusso di libere associazioni da cui prendono vita anche le sculture.

 

Permanente è una coproduzione tra Fondazione Giuliani, Belvedere 21, Vienna, MO.CO Montpellier Contemporain e CAPC di Bordeaux. La terza tappa romana è stata realizzata grazie al sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati di Roma.

 

Caroline Achaintre è nata a Toulouse, in Francia, nel 1969 e attualmente vive e lavora a Londra. Una selezione delle sue recenti mostre personali più rappresentative include: Permanent Wave, MO.CO Montpellier Contemporain (2019-2020), Dauerwelle/Permanent Wave, Belvedere 21, Vienna (2019), Fantômas, De La Warr Pavilion, Bexhill-on-Sea, UK (2018), Duo Infernal, Art: Concept, Parigi (2018), Dissolver, Dortmunder Kunstverein, Dortmund (2018), Scanner, Arcade Gallery, Londra (2018), Caroline Achaintre, FRAC Champagne-Ardenne, Reims (2017), Boo, c-o-m-p-o-s-i-t-e, Bruxelles (2016), Caroline Achaintre, BALTIC Centre for Contemporary Art, Gateshead, UK (2016), Caroline Achaintre, Art Now, Tate Britain, Londra (2015). Nel 2016 è stata artista residente alla Fondation Albert-Gleizes a Sablons in Francia, nel 2015 a Tokyo invitata dall’AIT in Giappone e nel 2014 presso il Camden Arts Centre di Londra.

  • Esther KläsRoom 2, 2019 (dettaglio), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni, foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Caroline AchaintreCruizer, 2019, lana trapuntata a mano; Courtesy Arcade Londra & Bruxelles and Art:Concept, Parigi

Riapertura 18 maggio 2020

 

Cari amici,

 

siamo molto contenti di annunciare la riapertura della Fondazione Giuliani, lunedì 18 maggio. La mostra personale di Esther Kläs, “Maybe it can be different”, sarà prolungata fino al 13 giugno 2020, in modo da consentire ai visitatori che non l’hanno ancora vista di godere di questa opportunità.

 

Ovviamente, la salute dei nostri visitatori e del nostro team è nostra priorità assoluta e seguiremo le misure di social distancing e di igiene per la sicurezza e per la protezione di tutti. La Fondazione, inoltre, per poter prendere tutte le precauzioni necessarie, adotterà temporaneamente nuovi orari di apertura: dal giovedì al sabato dalle 15.00 alle19.30.

 

Se desiderate visitare la mostra al di fuori del normale orario di apertura, vi preghiamo di inviarci una email a info@fondazionegiuliani.org.

 

Inoltre, siamo felici di comunicare che dal 21 giugno 2020 presso la Fondazione, ci sarà “Permanente”, terza tappa del tour della mostra personale di Caroline Achaintre, organizzata in collaborazione con Belvedere Museum, Vienna, MO.CO. Montpellier Contemporain e CAPC Musée d’Art Contemporain, Bordeaux.

 

La mostra della Fondazione è realizzata grazie anche al sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati.

 

Non vediamo l’ora di vedervi presto!

Fondazione Giuliani

 

Per motivi di salute e sicurezza, per accedere ai locali della Fondazione è necessario essere forniti di mascherina. Ci prenderemo cura personalmente di fornire il pubblico di guanti e di gel disinfettante.

  • Maybe it can be differentinstallation view, foto Giorgio Benni
  • Esther KläsHigh (Brown), 2017, resina d'acqua, pigmenti, lana; foto Giorgio Benni; Courtesy Kadel Willborn, Düsseldorf
  • Esther KläsRoom 2, 2019, 9 pezzi di alluminio, 4 disegni; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 2, 2019 (dettaglio), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni, foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 2, 2019 (dettaglio), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 2, 2019 (dettaglio), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 2, 2019 (detail), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 2, 2019 (dettaglio), 9 pezzi di alluminio, 4 disegni; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther KläsRoom 1, 2019, 10 pezzi di alluminio; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Esther Kläs Room 1, 2019 (dettaglio), 10 pezzi di alluminio; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia
  • Maybe it can be differentinstallation view, foto Giorgio Benni
  • Esther Kläsgreen/black, 2017, lana; foto Giorgio Benni; Courtesy Xavier Hufkens, Brussels
  • Esther KläsHorizonte (rot), 2017, single channel video; foto Giorgio Benni; Courtesy Xavier Hufkens, Brussels
  • Esther KläsHorizonte (rot), still, 2020, single channel video; foto Giorgio Benni; Courtesy Xavier Hufkens, Brussels
  • Maybe it can be differentinstallation view, foto Giorgio Benni
  • Esther KläsNY/SKY, 2018, olio su carta; foto Giorgio Benni; Courtesy the artist and Peter Blum Gallery, New York
  • Esther KläsNY/THERE, 2018, olio su carta; foto Giorgio Benni; Courtesy the artist and Peter Blum Gallery, New York
  • Esther KläsNY/FLY, 2018, olio su carta; foto Giorgio Benni; Courtesy the artist and Peter Blum Gallery, New York
  • Esther KläsFurther, 2018, alluminio; foto Giorgio Benni; Courtesy SpazioA, Pistoia

Maybe it can be different

14 febbraio > 18 aprile 2020

 

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Maybe it can be different, la prima mostra a Roma dell’artista tedesca attiva a Barcellona, Esther Kläs. La mostra comprende una varietà di opere, tra cui sculture, ceramiche, disegni a olio, arazzi in lana e film, i quali sia incarnano l’impegno dell’artista nella sperimentazione dei materiali, sia sottolineano il suo interesse per la gestualità e il movimento.

 

Nonostante sia radicata nel contemporaneo, la Kläs è molto influenzata dal minimalismo, sebbene lo sfumi con un artigianato pratico e una sensibilità verso l’Arte Povera. Nel suo lavoro ritorna spesso a forme similari: figure arrotondate, curve, mani, volumi che si piegano su se stessi, ma che sono sempre mutevoli, diverse nella loro ripetizione. Lavorando con materiali malleabili, ogni possibilità di una superficie liscia e incontaminata viene evitata a favore di superfici sbozzate e ondulate, tattili e tangibili. La realizzazione dell’opera è incorporata nell’opera stessa, spesso appare nella sua manifestazione finale con impronte digitali visibili lasciate durante la lavorazione della superficie. E sebbene spesso la sua essenziale costellazione di oggetti possa essere completamente ridotta nell’aspetto, ogni oggetto appare quasi come una sorta di strumento carico di energia residuo di un rituale oscuro e sacro.

 

L’interrelazione tra forma, spazio e movimento è necessaria per immergersi ulteriormente nella pratica dell’artista, così come il suo coinvolgimento con la fisicità dello spettatore. L’esposizione della mostra è delineata come un insieme di relazioni messe in scena con precisione in cui le opere comunicano e risuonano tra loro. Astenendosi da qualsiasi senso di teatralità, lo spazio più astratto agisce come elemento critico delle opere, oltre che come bussola per i movimenti dello spettatore. Egli stesso, infatti, è una componente essenziale della mostra, poiché le opere richiedono sia di essere esaminate da diversi punti di vista, sia sollecitano un senso di movimento, gestualità e ritmo.

 

Esther Kläs è nata nel 1981 a Magonza, in Germania, attualmente vive e lavora a Barcellona. Una selezione delle sue mostre personali istituzionali include Start, CCA-Center for Contemporary Art Tel Aviv (2019); ola/wave, Proyecto AMIL, Lima (2017); Our Reality, Fondazione Brodbeck, Catania (2015); Ferma (5), deCordova Sculpture Park and Museum, Lincoln, Massachusetts, USA (2015); Whatness (con Johannes Wald), Kunsthalle Bielefeld, Germania (2015); Girare Con Te, Marino Marini Museum, Firenze (2014); Esther Kläs: Better Energy, MoMA PS1, New York (2012); You and the Dance with the Tortoise, Parkhaus, Düsseldorf (2009). Ha partecipato in numerose mostre collettive, tra cui L’homme qui marche Verkörperung des Sperrigen, Kunsthalle Bielefeld, Germany (2019); Delirious, Lustwarande, Tilburg, Olanda (2019); Proof of life, Weserburg Museum of Modern Art, Brema, Germania (2017); Lean, Embajada, Porto Rico (2016); Che il vero possa confutare il falso, Palazzo Pubblico, Santa Maria della Scala, Accademia dei Fisiocritici, Siena (2016); PART 2, Warhus Ritershaus, Colonia (2014); Manners of Matter, Salzburger Kunstverein, Salisburgo (2014); Prague Biennale 6 – Flow, Repubblica Ceca (2013); Champs Elysées, Palais de Tokyo, Parigi (2013)Champs Elysées, curated by Julie Boukobza, Simon Castets and Nicola Trezzi, Palais de Tokyo, Paris; Configurations, Metro Tech Center Commons, Public Art Fund, Brooklyn, NY (2012).

 

Prossimamente in Fondazione

ottobre > dicembre 2019

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare la mostra Living Grains, dell’artista Ibrahim Mahama.

da ottobre a dicembre 2019

  • Ibrahim MahamaCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaCapital Corpses I, 2014 – 2019, dettaglio; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaCapital Corpses I, 2014 – 2019, dettaglio; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaSeidu Bawu Daboya, 2019; C-print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaSamaria Fumbi, 2019; C-print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaZena Obuasi, 2019; C-Print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaMaria Alasan Soh, 2019; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaGold Coast, 1945 – 2019; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaGold Coast, 1945 – 2019, dettaglio; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaMaps of the Gold Coast, 1898 – 2019; mappa d’archivio del periodo antecedente all’indipendenza del Ghana; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaPrestea S.E., 1951 – 2019; mappa d’archivio, 53 x 59 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaSewing Man's Dead Dreams, 2019; macchina da cucire su un banchetto di scuola elementare; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSSewing Man’s Dead Dreams, 2019, installation view; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaParliament of Ghosts, 2014 – 2019; 2-channel film, 7:30 min; foto di Giorgio Benni
  • Ibrahim MahamaParliament of Ghosts, 2014 – 2019; 2-channel film, 7:30 min; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view; foto di Giorgio Benni

Living Grains

ottobre > dicembre 2019

 

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Living Grains, la prima mostra a Roma dell’artista ghanese Ibrahim Mahama. La personale include una serie di opere realizzate ex-novo, tra cui un’installazione su larga scala, fotografie, disegni e un film in virtual reality.

 

Immersi nella trama storica, culturale e socio-politica del Ghana, i lavori di Ibrahim Mahama affrontano i problemi legati alla globalizzazione, al lavoro, alla circolazione delle merci e alla creazione di comunità, evidenziando una condizione sociale universale. Mahama è noto soprattutto per la sua pratica di avvolgere le strutture architettoniche con sacchi di juta. Realizzati originariamente nel Sudest Asiatico e importati nel Ghana per trasportare i chicchi di cacao, questi sacchi diventano oggetti multifunzionali, impiegati sia dai venditori locali, che per diverse esigenze domestiche. Il materiale e il tragitto stesso della merce, la quale imprime nelle trame del suo involucro le tracce della propria storia, rappresentano il punto cruciale della ricerca di Mahama: l’indagine della memoria e del declino della storia, i frammenti culturali, lo scarto e la trasformazione futura di oggetti raccolti dall’ambiente urbano. Tramite l’analisi della loro storia, Mahama evidenzia come l’evoluzione nel tempo di questi oggetti denoti lo sviluppo e i cambiamenti nella società contemporanea.

 

Per la mostra in Fondazione Giuliani, Mahama ha lavorato a lungo con una rete di “collaboratori”, collezionando quasi duecento macchine da cucito in disuso per dar vita all’installazione su grande scala Capital Corpses I (2014-2019). Queste macchine, legate in maniera intrinseca alla moda e all’industria tessile, simboleggiano metaforicamente un contesto dove l’industria, e ogni ambito ad essa correlato, ignora completamente il processo di decadimento dell’oggetto. L’installazione esplora anche il suono, una componente importante e spesso trascurata dell’oggetto, che qui crea un’ulteriore connessione o eco con i due film in mostra. Il film Parliament of Ghosts (2014-2019) ritrae i lavoratori del mercato Agbogbloshie di Accra, la più grande discarica di rifiuti al mondo, mentre rimodellano incessantemente oggetti di latta, legno e acciaio, caduti in disuso con il progresso. La voce fuori campo che accompagna le scene di questo lavoro disumano sono le registrazioni dei dibattiti nel Parlamento ghanese degli anni ‘50. In questi dialoghi l’urgenza di valorizzare le capacità e il potenziale dei giovani ghanesi viene enfatizzata con un’ironia che risulta allo stesso tempo possibile e tragica. Il film in realtà virtuale Promises of hanging living men have no dead weight (2014-2019) crea un ulteriore eco, accompagnando lo spettatore nei funzionamenti interni e nelle dinamiche degli edifici in stato di degrado, dei silos abbandonati e degli altri scenari architettonici.

 

Maps of the Gold Coast (1898-2019) consiste in un gruppo di mappe del 1920-1950 oggi obsolete, prodotte durante il periodo coloniale in Ghana. Le mappe presentano tracce delle ricerche eseguite dagli inglesi durante la costruzione della ferrovia (ora quasi interamente in disuso) realizzata per il trasporto di merci e minerali, sulle quali Mahama è intervenuto con dei disegni. Queste mappe sono affiancate da una serie di fotografie che ritraggono l’avanbraccio di alcune donne provenienti da paesini del nord Ghana, vicini a dove Mahama è cresciuto. Partite per trovare lavoro come operaie nella capitale Accra, le donne si tatuano le braccia con i loro nomi e i contatti dei loro cari, nel caso venissero uccise o ferite durante uno dei numerosi incidenti stradali o in cantiere. Mahama è convinto che questa particolare crisi rappresenti un’apertura verso nuove conversazioni sull’idea del corpo nel ventunesimo secolo.

 

Ibrahim Mahama nasce nel 1987 a Tamale, in Ghana; vive e lavora ad Accra, Kumasi e Tamale. Una selezione delle sue mostre personali recenti più rappresentative include: Parliament of Ghosts, The Whitworth, University of Manchester, Gran Bretagna (2019); Labour of Many, Norval Foundation, Cape Town, Sud Africa (2019); A Friend, Fondazione Nicola Trussardi, Porta Venezia, Milano (2019); A straight line through the Carcass of History, 1918-1945, daadgalerie, Berlino (2018); In Dependence, Apalazzo Gallery, Brescia (2018); On Monumental Silences, Extra City Kunsthal, Anversa (2018); In the White Cube: Fragments, White Cube, Londra (2017); Fracture, Tel Aviv Museum of Art (2016). Ha partecipato a numerose collettive di grande prestigio, tra cui No Time for Caution 1966, La Biennale de l’Art africain contemporain: DAK’ART, Dakar, Senegal (2018); Documenta 14, Kassel, Germania e Atene (2017); All the World’s Futures, 56th Biennale di Venezia (2015). Quest’anno è stato uno degli artisti a rappresentare il Ghana al primo padiglione ghanese alla 58esima edizione della Biennale di Venezia.

 

A marzo 2019 Mahama fonda un centro artistico che comprende spazi espositivi, un centro di ricerca e le residenze degli artisti: il Savannah Centre for Contemporary Arts (SCCA) a Tamale, Ghana. Come estensione della sua stessa pratica artistica, l’intenzione dell’artista è quella di investire nella comunità contribuendo allo sviluppo e all’espansione della scena artistica contemporanea ghanese.

Opening Francesco Vezzoli PARTY POLITICS

 

PARTY POLITICS

L’intrattenimento della politica, la politica dell’intrattenimento

 

Opening 15 Aprile dalle ore 18:00
dal 16 Aprile al 19 luglio 2019

 

Attraverso l’esplorazione del potere della cultura popolare contemporanea, Francesco Vezzoli continua a occuparsi dell’ambiguità fondamentale del vero, della seduzione del linguaggio e dell’estrema vulnerabilità dei personaggi umani. Utilizzando molteplici media, dal video e la performance, alla fotografia e il ricamo, Vezzoli crea opere ricche di riferimenti e citazioni che sfidano le distinzioni tra arte “alta” e cultura popolare.

 

Francesco Vezzoli ha raggiunto la fama con i suoi film con protagonisti icone pop e celebrità mentre la sua produzione più recente riflette sull’iconografia del passato italiano, così come nella mostra alla Fondazione Giuliani, Party Politics, dove analizza i rapporti tra politica, spettacolo e arte visiva.  Utilizzando una selezione di fotografie d’archivio scattate principalmente negli anni Ottanta dai fotoreporter, la mostra esplora sia il lento declino dell’impegno politico e l’allontanamento dal radicalismo e dall’idea di collettività che pervadevano i decenni degli anni Sessanta e Settanta, sia il progressivo imporsi di un’epoca segnata dall’edonismo e dalla mondanità.

 

Immagini di medio e grande formato ritraggono eventi mediatici, impegni politici e party di noti personaggi politici e personalità di spicco, in una presentazione che rievoca sia i ritratti cortigiani di Hans Holbein il Giovane, che i soggetti morali moderni di William Hogarth. Con occhio critico, ma mai blasfemo, Vezzoli trasforma le fotografie, ricche di simbolismo, allusione e paradosso, in epici ritratti di un’epoca. I momenti immortalati diventano così sia le testimonianze di quegli anni, sia un presagio per il futuro.

 

Siamo lieti della partecipazione al progetto del noto scrittore e giornalista Filippo Ceccarelli, il cui nuovo libro, Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua, è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018. Ogni opera esposta è accompagnata da un testo redatto da Ceccarelli, il quale ha gentilmente accettato l’invito a collaborare a Party Politics.

  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliBeppe Grillo, Zucchero, Gianluca Vialli, Enzo Biagi, Vittorio Gassman, Giulio Andreotti, Corrado. Le sette vite del Telegatto, ©Mondadori Portfolio
  • PARTY POLIYICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliJoan Collins, Silvio Berlusconi. I giorni scintillanti di Dynasty, ©Getty Images
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliMoana Pozzi, Giuliano Ferrara. Rosseggiava il canapè, ©OLYCOM
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliGianni De Michelis, Isabella Rossellini. Furbizia e fascino degli sguardi obliqui
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliSophia Loren, Giancarlo Pajetta. Pallido bacio, estasi luminosa, ©ANSA
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliAmintore Fanfani, Michelangelo Antonioni. Larvato sospetto, ragionevole vigilanza
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliIlona Staller. Il terzo occhio del porno, ©Contrasto
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliSandra Milo. Gli orizzonti del florivivaismo politico
  • Francesco Vezzoli"Sandro Pertini, Sandra Milo. I frutti maturi del socialismo pop", foto credits: Angelo Palma/ A3/ Contrasto
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa
  • Francesco VezzoliMarella Agnelli, Maria Pia Fanfani, Nancy Reagan. Triduo di mogli sulla laguna, ©Archivio Graziano Arici
  • PARTY POLITICSInstallation view; foto Roberto Apa

Party Politics

APRILE > LUGLIO 2019

 

PARTY POLITICS

 

L’intrattenimento della politica, la politica dell’intrattenimento

 

un nuovo progetto di Francesco Vezzoli
con il contributo speciale di Filippo Ceccarelli
dal 16 aprile al 19 luglio 2019

 

Attraverso l’esplorazione del potere della cultura popolare contemporanea, Francesco Vezzoli continua a occuparsi dell’ambiguità fondamentale del vero, della seduzione del linguaggio e dell’estrema vulnerabilità dei personaggi umani. Utilizzando molteplici media, dal video e la performance alla fotografia e il ricamo, Vezzoli crea opere ricche di riferimenti e citazioni che sfidano le distinzioni tra arte “alta” e cultura popolare.

 

Francesco Vezzoli ha raggiunto la fama con i suoi film con protagonisti icone pop e celebrità mentre la sua produzione più recente riflette sull’iconografia del passato italiano, così come nella mostra alla Fondazione Giuliani, Party Politics, dove analizza i rapporti tra politica, spettacolo e arte visiva.  Utilizzando una selezione di fotografie d’archivio scattate principalmente negli anni Ottanta dai fotoreporter, la mostra esplora sia il lento declino dell’impegno politico e l’allontanamento dal radicalismo e dall’idea di collettività che pervadevano i decenni degli anni Sessanta e Settanta, sia il progressivo imporsi di un’epoca segnata dall’edonismo e dalla mondanità.

 

Immagini di medio e grande formato ritraggono eventi mediatici, impegni politici e party di noti personaggi politici e personalità di spicco, in una presentazione che rievoca sia i ritratti cortigiani di Hans Holbein il Giovane, che i soggetti morali moderni di William Hogarth. Con occhio critico ma mai blasfemo, Vezzoli trasforma le fotografie, ricche di simbolismo, allusione e paradosso, in epici ritratti di un’epoca. I momenti immortalati diventano così sia le testimonianze di quegli anni che un presagio per il futuro.

 

Siamo lieti della partecipazione al progetto del noto scrittore e giornalista Filippo Ceccarelli, il cui nuovo libro, Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua, è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018. Ogni opera esposta è accompagnata da un testo redatto da Ceccarelli, il quale ha gentilmente accettato l’invito a collaborare a Party Politics.

 

Francesco Vezzoli è nato nel 1971 a Brescia; attualmente vive e lavora a Milano. Ha esposto in innumerevoli istituzioni internazionali, tra cui il Centre Pompidou, Parigi (2018); Fondazione Prada, Milano (2017); Museion, Bolzano (2016); Nouveau Musée National di Monaco (2016); Performa 15, New York (2015); MoMA PS1, New York (2014); MOCA, Los Angeles (2014); MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma (2013); Garage Center for Contemporary Culture, Mosca (2010); Moderna Museet, Stoccolma (2009); The Power Plant, Toronto (2007); Solomon R. Guggenheim Museum, New York (2007); Tate Modern, Londra (2006); Le Consortium, Dijon (2006); Fondazione Cini, Venezia (2005); Serralves Museum, Porto (2005); The New Museum of Contemporary Art, New York (2002); Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli (2002); GAM, Galleria Comunale d’Arte Moderna, Bologna (2000). Nel 2007 ha co-rappresentato l’Italia alla 52esima Biennale di Venezia, insieme a Giuseppe Penone.

Credits:

 

Testo introduttivo alla mostra

Michele Masneri

 

Ricerca iconografica

Livia Corbò / Photo Op

 

Exhibition design

Filippo Bisagni

 

La mostra è stata realizzata con il contributo di

Galleria Franco Noero

FLOS

 

Si ringrazia:

Luca Corbetta

Edoardo Maggi

Dario Marangoni (FLOS)

Massimo Pellicciari (FoToRENT)

Giulia Romano (Galleria Franco Noero)

 

Un ringraziamento particolare a:

Mirella Petteni Haggiag

Chiara Rusconi

Stefano Tonchi

  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa

Tan Lines

OTTOBRE > DICEMBRE 2018

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Tan Lines, la mostra personale dell’artista norvegese Fredrik Værslev. Il lavoro di Fredrik Værslev è una riflessione sulla pittura intesa come risultato di un processo creativo dominato dalla tensione tra attenta programmazione e casualità. Interessato a ribaltare definizioni, convinzioni e limiti del medium pittorico, la genesi delle sue tele in larga scala è il risultato di un perpetuo incontro/scontro tra controllo e caso. Dopo aver progettato e realizzato un’opera con rigore scientifico, spesso la altera con l’intervento di circostanze fortuite (esponendola agli agenti atmosferici, lasciandola nella natura o in luoghi pubblici della città) o chiede agli amici di modificarla

liberamente e completarla, portando agli estremi l’idea di appropriazione. Grazie a questi processi la realtà si deposita fisicamente sulla superficie della tela, entrando a far parte di una composizione astratta dove campiture di colore e pattern dialogano con un linguaggio fatto di numeri e simboli. Nei suoi quadri astrazione e figurazione convivono, materiali tradizionali si alternano a quelli industriali, pittura e graphic design si fondono, così come i gesti pianificati dell’artista e quelli accidentali del fato.

 

In Tan Lines sono esposte per la prima volta due nuove serie di lavori: i monumentali Sail Paintings e i Garden Paintings. Nella serie Sail Paintings, su uno sfondo monocrome, l’artista combina frammenti di tele di varia lavorazione provenienti da quadri sia datati che recenti, creando una composizione che ricorda le vele di una barca. Le opere si presentano come un ibrido complesso dove le tele ritagliate, combinate e minuziosamente ricucite si fondono con simboli dipinti che rievocano sia l’ambiente marittimo che numerologie, gesti e tracce appartenenti alla sfera privata dell’artista (come ad esempio il numero ‘79’, il suo anno di nascita). Cercando di eludere qualsiasi classificazione dei suoi lavori, Værslev li sottopone ad un processo di continua distruzione e ricostruzione per creare una frammentazione sia visiva che di contenuto, lasciando spazio a nuove connessioni.

 

I ‘Garden Paintings’ oscillano invece tra il quadro e l’installazione e si presentano come lastre di legno che ricordano le panchine dei giardini ma installate a muro all’altezza dello sguardo. Oltre a rispecchiare il grande interesse dell’artista per l’architettura urbana e suburbana, queste opere sono il risultato di un lento processo di verniciatura a dieci strati con una copertura appositamente studiata per le barche. Questo elemento stabilisce un dialogo intrigante tra le serie Sail e Garden, concepite per coesistere come un paesaggio metaforico e allo stesso tempo reale nel quale immergersi liberamente.

 

Tan Lines alla Fondazione Giuliani è il terzo appuntamento di una mostra itinerante concepita in collaborazione con Kunst Halle Sankt Gallen in Svizzera (novembre 2017 – gennaio 2018) e Bonner Kunstverein in Germania (febbraio – aprile 2018).

 

In occasione di Videocittà (dal 23 al 27 ottobre), la rassegna culturale dedicata al cinema e all’audiovisivo con diversi eventi a Roma, verrà proiettato in Fondazione Giuliani il cortometraggio di Gordon Matta-Clark, Splitting (1974), selezionato appositamente da Fredrik Værslev.

 

Fredrik Værslev è nato nel 1979 in Norvegia, vive e lavora tra Dramman e Vestfossen. Tra le sue mostre personali più recenti si annoverano: Fredrik Værslev as I Imagine Him, Astrup Fearnley Museet, Oslo, Norvegia (2018); Tan Lines, Bonner Kunstverein, Bonn, Germania (2018); Tan Lines, Kunst Halle Sankt Gallen, Svizzera (2017); La Constance du jardinier, Kunsthal Aarhus, Aarhus, Danimarca (2016); All Around Amateur, Le Consortium, Dijon, Francia (2016); All Around Amateur, Le Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia (2016); Inner beauty, Museo Marino Marini, Firenze (2015); Querelle of Brest, CAC – Passerelle, Brest, Francia (2015); La Constance du jardinier, CNEAI, Chatou, Francia (2015).

Con il supporto di OCA – Office for Contemporary Art Norway

  • Roberto FassoneShhh (1916 modi per costruire una piramide invisibile), 2018
  • Roberto FassoneShhh (1916 modi per costruire una piramide invisibile), 2018
  • Roman OndakMore Silent Than Ever, 2006
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Ulises CarriónChewing Gum, 1983
  • Psst... A Play on Gossipinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Ulises CarriónHamlet, for Two Voices, 1977 (activated by Adelaide Cioni and Fabio Giorgi Alberti)
  • Ulises CarriónHamlet, for Two Voices, 1977 (activated by Adelaide Cioni and Fabio Giorgi Alberti)
  • Marco Palmieri and Catherine ParsonageBar, 2018
  • Louwrien WijersMental Sculpture; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Louwrien WijersMental Sculpture, 2018
  • Louwrien WijersMental Sculpture, 2018
  • Louwrien WijersMental Sculpture; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Wu TsangGirl Talk, 2015, video; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018

PSST…A PLAY ON GOSSIP

APRILE 2018

 

Psst… A Play On Gossip
due serate di performance, gesti e atti dal vivo

 

Mercoledì 4 Aprile
& venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30

 

a cura di Adrienne Drake, Ilaria Gianni, Arnisa Zeqo

 

con Ulises Carrión (attivato da Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti), Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Evelyn Taocheng Wang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger, Jahān Xājavi, Arnisa Zeqo.

 

Psst… A Play on Gossip sussurra in lontananza, desidera catturare la vostra attenzione, coinvolgervi nelle due serate di atti dal vivo, gesti, poesia, giochi di parole e proiezioni che si terranno presso la Fondazione Giuliani. Agendo all’interno dei limiti e delle lacune insite nella dimensione del linguaggio, gli artisti sondano le potenzialità della parola per costruire un diverso immaginario visivo, nel tentativo di sviluppare una posizione critica.

 

Psst… A Play on Gossip vuole far emergere il potere latente della parola, in quanto significante alternativo capare di inserirsi in una sceneggiatura attraverso un giogo di informazioni pronunciate, urlate, declamate e sussurrate.

 

Lingua madre in continua evoluzione, alterazioni di senso riconosciute e ormai normalizzate, segnali discordanti raffigurano il linguaggio

come un corpo mutevole. L’uso di un termine specifico, ancor prima della qualità di una voce, di una particolare espressione, di un’intonazione o di un registro linguistico, cosa innesca nella nostra mente? Come può il chiacchiericcio diventare uno strumento performativo di produzione narrativa e artistica? Come può l’aneddoto essere interpretato sia come una forma sperimentale di discorso critico sia come una forma radicale di conoscenza?

 

La Fondazione Giuliani diventa un palcoscenico, sul quale il canovaccio dell’opera performativa tenta di alterare la percezione dello spazio espositivo diramandosi all’interno delle impressioni del visitatore. Quindi, psst… vi invitiamo a sedervi con noi, sul palco o in platea, ad unirvi all’esercizio performativo, ad essere testimoni dei discorsi, delle parole che circoleranno, delle combinazioni di suoni, liberando quella fluidità di linguaggio di A Play on Gossip vuole essere portatrice.

 

Mercoledì 4 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Ulises Carrión, Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, and Evelyn Taocheng Wang.


Venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger e Jahān Xājavi.

 

Si ringrazia KNIR | Reale Istituto Neerlandese di Roma

  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAEtwas Abwesendes, dessen Anwesenheit erwartet wurde, 2015; marmo; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORACandle Column (Alicja/Gregor), 2017; bronzo, pittura; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORASUPPORT (Atleta), 2018; marmo di Carrara; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORARadio (Alicja R-603), 2014; plastica 367.5 g, ferro 325.7 g, ottone 29.4 g, resina fenolica 28.5 g, rame 26.5 g, alluminio 20.9 g, zinco 14.5 g, silicone 12.4 g, stagno 10.8 g, magnete 9.5 g, ceramica 0.6 g, vetro 0.2 g, 17 barattoli, vetrine; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORA_1518 leere Liter bis zum Anfang_, 2008/2018; 1337,28 kg di bottiglie vuote d’acqua Selters con tappo, polverizzate; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAAndere Bedingung (Aggregatzustand), 2009; legno, specchio, metallo, ottone, asta d’acciaio; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORATotum pro parte (Ein Hocker ist ein Bild), 2017; sgabelli usati, specchio, vetro; foto di Giorgio Benni

MATERIA, PER ORA

10 maggio > 20 luglio 2018

 

 

“Sto cercando di capire cos’è per me la realtà e cosa sia per tutti noi”.

 

La Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale di Alicja Kwade a Roma. La ricerca di Alicja Kwade parte dallo studio

attento della realtà e delle sue architetture interne per approdare in universi mentali paralleli dalle molteplici possibilità di lettura. Affascinata dai confini incerti tra visibile ed invisibile, esplora ciò che è reale e ciò che non lo è stimolando l’occhio dello spettatore in un gioco dove spazio, tempo, scienza e filosofia creano un labirinto di percezioni. Nelle sue installazioni, così come nei video e nelle fotografie, manipola e trasforma oggetti di uso quotidiano per conferire loro forme e valenze di significato diverse, rivelando così i molteplici e talvolta nascosti sostrati del visibile. Perché, come ci spiega l’artista stessa, la materia esiste in uno spazio di undici dimensioni, sette delle quali a noi inaccessibili ed ignote ma che coesistono parallele a quelle che conosciamo. Forme e materiali che abitano il nostro universo di esperienze subiscono metamorfosi e distorsioni per dimostrare come tutto possa assumere una forma altra ed essere soggetto a cambiamenti di natura fisica, di struttura e di sostanza. Ogni lavoro della Kwade cela una minuziosa ricerca scientifica che si declina in un linguaggio costruito con forme sintetiche ed essenziali, dove il segno ci invita a pensare e reinterpretare in continuazione ciò che l’occhio ed il nostro inconscio osservano. Oltre ad esplorare la nostra percezione del reale, del tempo e dello spazio, le sue opere gettano uno sguardo sulla nostra società e le sue regole di funzionamento e sugli schemi naturali ed artificiali che condizionano il nostro modo di pensare.

 

MATERIA, PER ORA vuole essere un momento di studio ancora più approfondito sulla materia, il materiale e la materialità. Kwade indaga il concetto filosofico di decostruzione/costruzione concentrandosi sul processo di trasformazione della materia a contatto con le diverse dimensioni presenti in natura. Convinta che quest’ultima altro non è che una serie infinita di combinazioni di se stessa nello spazio e nel tempo, le sue opere giocano con la ripetizione, la scomposizione, la variazione di scala e la distruzione/ricostruzione connotandosi come meditazioni scultoree sulla natura dell’oggetto. La smaterializzazione genera una de-significazione, un momento dove nuove rielaborazioni e letture possono avere luogo, una possibilità di rappresentare lo spazio e il tempo che non riusciamo a percepire.

 

Alicja Kwade è nata nel 1979 a Katowice (Polonia), vive e lavora a Berlino. Tra le sue recenti mostre personali si annoverano: AMBO, Kunsthalle zu Kiel, Germania (2018); LinienLand, Haus Konstruktiv, Zurigo (2018); ReReason, YUZ Museum, Shanghai (2017-2018); Phase, König

Galerie, Berlino (2017); In Aporie, kamel mennour, Parigi (2016); Medium Median, Whitechapel Gallery, Londra (2016); Alicja Kwade, De Appel Arts Centre, Amsterdam (2016); Against the Run, Public Art Fund, New York (2015-2016). Nel 2015 ha vinto il premio Hector-Prize della Kunsthalle Mannheim in Germania e nel 2017 la sua opera WeltenLinie (One in a Time) è stata esposta al Padiglione del Tempo e dell’Infinito della 57° Biennale di Venezia.

 

 

Un ringraziamento speciale all’Istituto Polacco di Roma.

  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagHorizontal Aleppo, 2017; Aleppo soap, foam; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagVertical Aleppo, 2017; Aleppo soap, bricks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagGive More Sky To The Flags, 2016; corten steel, rubble; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagHaiku Under Tension, 2017; trampoline, rubble; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagThe World Belongs to Those Who Set It On Fire, 2016; candle smoke on paper; photo Giorgio Benni

Your Ruins Are My Flag

ottobre 2017 > gennaio 2018

 

Nell’immaginario dell’artista suggestioni poetiche, tradizione e spiritualità convivono, generando opere evocative e metaforiche che guardano alla società contemporanea con sguardo critico e allo stesso tempo ottimista. Consapevole dei molteplici significati che parole ed oggetti possono contenere, Cantor combina in maniera giocosa materiali, media e linguaggi per produrre opere pungenti dove definizioni e categorie vengono continuamente sovvertite. Sospese tra una profonda ricerca formale ed estetica e la loro valenza critica, queste fondono simboli e gestualità semplici per veicolare messaggi universali e proporre letture parallele.

 

Con sguardo cinico e allo stesso tempo ludico, l’artista scava così nel profondo della storia contemporanea, rivelando le sue insite contraddizioni. Il suo linguaggio manipola i diversi piani di significato per mettere in discussione confini, ruoli e canoni, proiettando lo spettatore in una dimensione dove l’ovvio non è mai scontato, bensì ha il potere di cambiare la nostra percezione della realtà.

 

In occasione di Your Ruins Are My Flag verrà presentato per la prima volta in Italia un ampio corpus di opere di nuova produzione. Come suggerisce il titolo, la mostra si incentra sulla riflessione intorno al concetto di perdita, nelle sue molteplici accezioni. Dal patrimonio alle tradizioni, dalla fragilità degli equilibri politici e sociali alla perdita intesa come negazione di libertà, innocenza e sicurezza.

 

I materiali che plasmano le opere intrecciano con queste un vitale e ambivalente rapporto, sia perché alcuni di loro sono utilizzati dall’artista per la prima volta (come il sapone e la telecamera termica), sia perché aggiungono ulteriori elementi al loro significato, completandolo. In questo modo il sapone, lontano dall’essere solo la mera materia che da forma all’opera, rievoca l’atto del lavare via e sbiadire il passato, la storia e la loro eredità. L’operazione si arricchisce di ulteriori suggestioni quando scopriamo che il sapone usato è quello dell’antica tradizione di Aleppo, città protagonista delle pagine più tristi del momento. I labili tempi moderni saranno così lo sfondo di una mostra che metterà in discussione ideologie, conflitti e nuove minacce che muovono le redini della storia contemporanea, proiettandoli in una dimensione sublime e poetica.

 

Mircea Cantor è nato nel 1977 a Oradea (Romania); come ama affermare “vive e lavora nel mondo”. Tra le sue ultime personali internazionali si annoverano: La partie invisible de l’infini, Galerie de l’atelier Brancusi (Centre Georges Pompidou), Parigi, 2017; SOLO SHOW – Part I e Part II, Fondation Francès, Senlis, Francia, 2016; 5775, Dvir Gallery, Tel Aviv; Mircea Cantor: Collected Works, Rennie Collection at Wing Sang, Vancouver, 2014; Mircea Cantor: QED, National Museum of Contemporary Art, Bucharest, 2013; Mircea Cantor, Prix Marcel Duchamp 2011, Centre Pompidou, Parigi,2012; Sic Transit Gloria Mundi, MACRO, Roma, 2012.

 

Con il sostegno di Magazzino, Roma;
Un ringraziamento particolare a Faurar Art, Baia Mare, Romania e Laurealep.

Consequences

 

Jay Heikes — Consequences
Lingua: EN / IT
Dimensioni: 190 x 260 mm
Colore
Pagine: 80
Softcover
Editor: Jay Heikes
Autori: Adrienne Drake,

Jay Heikes and Conny Purtill
Editorial Coordination: Costanza Paissan
Design: Walter Santomauro
Edizione di 499 copie
Anno: 2016

ISBN 978-88-99776-02-2
PREZZO: 18€

 

Il libro Consequences è stato pubblicato in

connessione con la mostra di Jay Heikes, con il contributo di Felix Culpa, Jessica Jackson Hutchins, Ari Marcopoulos, Josiah McElheny, Todd Norsten, Conny Purtill, Justin Schlepp, Gedi Sibony, Michael Stickrod, The Unknown Artist, e il fantasma di Lee Lozano, tenutasi a Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea, Roma,  dal 10 Ottobre al 12 Dicembre 2015.

Il libro include una corrispondenza tra Jay Heikes e Adrienne Drake sul processo di collaborazione del progetto, una serie di “headnotes” dell’artista su molte delle opere esposte, un testo di Conny Purtill e una mappa visuale di Sarah Lehrer-Graiwer. I testi sono accompagnati da un’ampia selezione di foto di installazione e di lavori presenti in mostra, consentendo al lettore di approfondire il quadro visivo, spaziale e concettuale dell’intero progetto.

  • Mircea Cantor Take The World Into The World, 2017

Proroga Mostra

 

Vi comunichiamo con molto piacere che la mostra Your Ruins Are My Flag dell’artista Mircea Cantor, attualmente in corso presso la Fondazione Giuliani, è stata prorogata fino al 27 gennaio 2018.

  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, string, styrofoam,jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, string, styrofoam,jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, oil, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashVideo still, Installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni

N. Dash

9 maggio > 14 luglio 2017

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale ed istituzionale in Europa dell’artista N. Dash

 

“La lingua araba è meravigliosa per Wanderwort*…

 

Una mattina in classe, rifletté sulla parola per “mud brick”. Nel geroglifico antico era djebet diventando poi tobe in copto, in seguito gli arabi aggiunsero l’articolo determinativo trasformandolo in al-tuba, mentre in Spagna arrivò come adobar, e più tardi, nel sud-ovest americano, dove questa cosa pesante viaggiò per 4 millenni e 7000 miglia, finalmente divenne adobe.

 

Da una lettera di Peter Hessler dal Cairo al The New Yorker, 17 aprile 2017

 

*Wanderwort
Etimologia – discende dal tedesco, da Wander (vagare) + Wort (parola)
Nome – prestito linguistico diffuso in molte lingue differenti

  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictUntitled, 2014
  • Will Benedict & Tom HumphreysUntitled, 2014
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Wolfgang BreuerNo Title, 2011
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictToilets not Temples, 2014
  • Will BenedictThe Leopard Frog, 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictLay's Miserables, 2017
  • Will BenedictStop and Frisk, 2013
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictProduction Hospital, 2016

Fiction is a Terrible Enemy

11 FEBBRAIO > 8 APRILE 2017

 

Law & Order era un programma televisivo americano trasmesso per 19 anni dalla NBC. Negli Stati Uniti ha avuto sei differenti spin-off, cinque video-games, così come versioni in Francia, Inghilterra e Russia. Nel 2016 Donald Trump si è dichiarato “candidato Law and Order”. La mia amica Justine è sempre in ritardo, e la cosa è abbastanza scortese. A lei servirebbe un po’ di “Law and Order” nella sua vita. Law and Order potrebbe essere semplicemente paternalistico ma, d’altro canto, può essere una scorciatoia politica per portare alla reclusione milioni di persone.

 

Per la mia mostra a Fondazione Giuliani proietterò in anteprima il nuovo video musicale “I AM A PROBLEM (Enemy Ladder)” fatto per la band Wolf Eyes, con una selezione di film e video musicali fatti negli anni passati. Per la Biennale di Berlino dell’estate scorsa ho fatto un altro video musicale per i Wolf Eyes, intitolato “I AM A PROBLEM (T.O.D.D.)”, che mostra un alieno mentre viene intervistato dal noto giornalista Charlie Rose sul problema dell’immigrazione. Questo nuovo video “I AM THE PROBLEM” segue una squadra della S.W.A.T. appostata all’esterno di una casa tranquilla dove una donna sta leggendo un libro, ignara, o incurante, delle attività della polizia fuori la sua finestra.  Il libro che sta leggendo rivela segreti oscuri sul potenziale desiderio collettivo di liberarsi da questo mondo corporeo. Almeno credo.

 

Nel 1996 un altro mio amico, Chris, aveva una band dal nome Razorburn 77. Non so il perché di questo nome. Loro avevano una canzone chiamata Law & Order che era semplicemente la sigla del programma TV. Era divertente ma allo stesso tempo terribile. All’incirca nello stesso periodo, Bill Clinton istituì la Three Strikes Law, il cui nome è stato coniato dal gioco del baseball e che mandava all’ergastolo, indipendentemente dalla gravità del reato, qualsiasi trasgressore avesse tre condanne. Questa legge ha creato un crudele, kafkiano sistema di giustizia criminale che ha perso il senso della proporzione. Taccheggiare in un supermercato, rubare monetine da un’auto parcheggiata, o rilasciare un assegno scoperto potrebbero mandarti in prigione per il resto della vita. La finzione è un terribile nemico.

 

-Will Benedict

 

Will Benedict, nato a Los Angeles nel 1978, vive e lavora a Parigi. I suoi lavori più recenti sono stati esposti alla 9° Biennale di Berlino (2016), 10° Biennale del Nicaragua (2016) e alla 31° Biennale di Arti Grafiche di Ljubljana (2015). Le sue mostre personali includono I AM A PROBLEM al Rob Tufnell di Londra (2016), Bad Weather a Overduin & Co. a Los Angeles (2015), A Bone in the Cheese alla Galleria Bortolami di New York (2015), Corruption Feeds al Bergen Kunsthall in Norvegia (2014), Comparison Leads to Violence al Balice Hertling a Pargi (2014), The Narcissism of Minor Differences al Halle für Kunst a Lüneburg (2013). Ha anche curato le mostre Nuclear War: What’s in it for you? al Vilma Gold a Londra (2014), Vertical Club alla Galleria Bortolami di New York (2013) e Commercial Psycho alla Andrew Kreps Gallery di New York (2012).

  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni

Stamen Papers

26 maggio > 22 luglio 2016

 

Nel suo lavoro Michael Dean adotta differenti mezzi espressivi, la scultura, la scrittura, la performance e la fotografia, spesso sviluppati e uniti all’interno di installazioni basate sui testi. Fulcro principale della sua ricerca è un’analisi visiva del linguaggio che deriva dalla tradizione della parola scritta. Molteplici configurazioni materiali si presentano come oggetti fisici dominati da un’apparente leggerezza che demistifica il peso e la natura grezza dei materiali utilizzati, quali il cemento e l’acciaio. La complessa spazialità dell’investigazione teorica e materica di Dean determina un’inestricabile relazione tra l’esperienza della mostra e lo spazio fisico.

 

Stamen Papers attinge dalla botanica (Lo stame è la parte che produce il polline di un fiore, costituita da un filamento e dall’antera) il significato e la struttura dell’installazione che Dean ha progettato appositamente per gli spazi della Fondazione Giuliani. Per Stamen Papers, la sua opera health (Working Title), realizzata in occasione della mostra personale presso l’Henry Moore Institute di Leeds nel 2012, è installata come un filamento con antera che rappresenta simbolicamente uno stame atto a diffondere gli scritti delle precedenti mostre di Dean.

 

The Pollen, un nuovo lavoro pubblicato in occasione di Stamen Papers, sarà a disposizione dei visitatori per portarne gradualmente via le pagine.

 

Il 12 maggio Michael Dean è stato selezionato tra i candidati per il Turner Prize 2016.

 

Michael Dean (nasce a Newcastle upon Tyne, 1977) vive e lavora a Londra. Per l’autunno 2016 è prevista la sua mostra personale presso il Nasher Sculpture Center di Dallas, Texas. Tra le sue principali mostre istituzionali si ricordano: Sic Glyphs, South London Gallery, Londra (2016); Qualities of Violence, de Appel arts centre, Amsterdam e Jumping Bones, Extra City Kunstal, Anversa (2015); HA HA HA HA HA HA, Kunst Forum Ludwig, Aquisgrana (2014), The Upper Room presso David Zwirner (con Fred Sandback), Londra (2014), Arnolfini, Bristol (2013), Cubitt, Londra (2012), Henry Moore Institute, Leeds (2012). Tra le mostre collettive: Albert the Kid Is Ghosting, The David Roberts Art Foundation, Londra, e Sculptures Also Die, CCC Strozzina, Firenze (2015), The Noing Uv It, Bergen Kunsthall, Bergen (2014), What is Real, The Hayward Gallery, Londra (2014), MIRRORCITY, The Hayward Gallery, Londra, e Manners of Matter, Salzburger Kunstverein, Salisburgo (2014), A History of Inspiration, Palais de Tokyo, Parigi (2013).

  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Christopher), 2014
  • Sam FallsUntitled (Now), 2014
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)

Sam Falls

14 febbraio > 18 aprile 2015

 

“Ruotando intorno alla terra, la luna prova ad attirare tutto ciò che la circonda. L’unica cosa che la terra non riesce a trattenere è l’acqua. Le persone possono trattenere qualunque cosa, tranne il tempo. Salendo e scendendo l’acqua dell’oceano pulisce le rocce e la sabbia mentre il tempo passando e lenendo le ferite invecchia i nostri corpi. Nella luna come nel tempo c’è bellezza e tristezza. C’è un eterno ritorno nel ciclo della marea che sfida il tempo mentre per noi è impossibile sfuggirgli. Questa mostra sovrappone elementi naturali e processi artistici per sottolineare il nostro rapporto con il tempo, l’intrinseca leggerezza e oscurità dell’invecchiare, l’attrazione gravitazionale della vita, l’aleggiante spettro della nostalgia.

 

Lo spicchio di luce che illumina la luna, o la sua posizione rispetto alla terra che la oscura, cambia di mese in mese dipendendo dall’asse terrestre. Le opere in mostra rappresentano un ciclo della luna abbreviato nell’ottobre 2014. Le fasi lunari sono state delineate e illuminate con candele in cera d’api fatte a mano, ognuna di colore diverso, poi fotografate e riprodotte su lino; in seguito le stampe sono state appoggiate al muro e disposte sotto le candele, nuovamente accese, che sono state lasciate bruciare facendo sgocciolare la cera sopra la stampa. Le candele erano disposte sul muro in orizzontale e a forma di luna, per fare in modo che emettessero l’immagine della luna bruciando lungo il loro asse orizzontale; la cera colava più in alto dell’asse verticale della stampa sottostante: più vicina era la fiamma alla parete, più in alto gocciolava sulla stampa. Il movimento verticale descritto dalla cera caduta sulla stampa rappresenta il tempo come la marea che scivola sulla spiaggia; la posizione orizzontale riprende la geografia della luna e la luce crescente e calante. Le stampe nere illustrano i diversi cicli della luna e il tempo che impiega una candela a bruciare, mentre le rispettive controparti in bianco, che erano il bordo inferiore di ogni stampa, illustrano le fasi della luna, un’astratta cronologia del tempo di un mese.

 

“Adesso”, ossia il presente, è in assoluto il momento d’oro del tempo, a differenza del passato che decade e del futuro che spaventa. Nel mio lavoro sono sempre stato interessato a come tradurre fedelmente il tempo e comprenderlo meglio attraverso l’arte. Un modo è stato quello di lasciare il comando della produzione agli elementi naturali, come il sole e la pioggia. Lo spettatore intergisce direttamente con il tempo dato che c’è meno mediazione da parte mia: accade ad esempio nel tessuto lasciato all’aperto per un anno con uno pneumatico sopra, col fine di crearne un’immagine attraverso lo scolorimento del tessuto circostante. L’immagine finale fluttua tra un cerchio astratto e un’immagine indessicale dello pneumatico e il processo produttivo crea un’opera appagante nel presente, sia per me che per lo spettatore, anche se parla al passato. L’ottimismo della produzione contiene anche la malinconia dell’invecchiamento.

 

La marea si muove secondo una ciclicità inesorabile, a differenza della persistenza in avanti del tempo. Nello stesso modo in cui mi sono interressato alla dualità in arte tra astrazione e indessicalità, nichilismo e ottimismo, l’ho fatto anche nella vita tra il personale e l’universale. Questa idea è ben definita in linguistica come shifter: una parola come “questo” o “quello” acquista un significato diverso a seconda di ciò a cui fa riferimento, o pronomi personali come “io” o “tu” si ricollegano alla persona che indicano sul momento. Il fulcro della questione è spiegato perfettamente nel testo di Rosalind Krauss, Notes on the Index Part, dove è presente questa citazione di Roman Jakobson: “a shifter is ‘filled’ with signification’ only because it is ‘empty’”. A mio avviso, “adesso” è uno shifter temporale: non fa mai riferimento allo stesso momento perchè il tempo è inafferrabile e il futuro vuoto e inesistente è riempito di significato solo quando diventa “adesso”. Questa semplice idea è molto importante per me e il video in mostra la illustra insieme alle polaroid di un fiore, adesso sbocciato, poi secco.

 

Le opere con l’elio nascono nel tentativo di ampliare l’idea di shifter, non solo come funziona nel tempo ma nel mondo fisico al di là del linguaggio. La luce incandescente è carica di elio e i palloncini sospesi sono riempiti di elio: attivo in due stati fisici particolarmente drammatici, l’elemento naturale non cambia. L’elettricità mostra il colore dell’elio e i palloncini gli danno forma: l’immagine è rappresentativa ma anche piuttosto astratta e non so quale dei due incida di più nel dare all’opera la sua gravità. La forma dei vetri dei neon traccia i profili della mia famiglia, dei miei amici, di me stesso e dei miei cani. Queste opere rappresentano il microcosmo dell’invecchiamento; sorrette all’inizio, piene di energia e vita, caleranno nel tempo in perfetto stato restando alla fine sgonfie sul pavimento. Ciò che è stato continuerà a bruciare e i palloncini rimarranno a indicare la memoria di ciò che fu.”

 

- Sam Falls, gennaio 2015

 

Nato a San Diego, USA, Falls risiede attualmente a Los Angeles. A marzo 2015 inaugurerà una mostra personale presso Galleria Franco Noero di Torino. Tra le recenti mostre personali: Ballroom Marfa, Texas (upcoming, 2015); Pomona College Museum of Art, California; Public Art Fund, New York (2014); LA><ART, Los Angeles (2013).

  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Peter BuggenhoutGorgo #29, 2013 (Courtesy Galerie Laurent Godin, Paris)
  • Jochen LempertThe Skins of Alca impennis, 1993 – 2014 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Jochen LempertUntitled, 2005 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Peter BuggenhoutGorgo #33, 2013 (Courtesy Galerie Laurent Godin, Paris)
  • Jochen LempertUntitled (from: Symmetry and the Architecture of the Body), 1997 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Jochen LempertUntitled (from: Symmetry and the Architecture of the Body), 1997 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Jean-Marie PerdrixCheval, bronze à la chair perdue 3, 2013 (Courtesy Desiré Saint Phalle, Mexico City)
  • Jean-Marie PerdrixCheval, bronze à la chair perdue 3, 2013 (Courtesy Desiré Saint Phalle, Mexico City)
  • Jochen LempertMartha, 2005 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Marlie MulPuddle (Twig), 2014 (Courtesy Fluxia, Milan)
  • Jochen LempertFire, 2008 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Marlie MulPuddle (Faint Blue), 2014 (Courtesy Fluxia, Milan)

The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecology

9 maggio > luglio 2014

 

‘The Registry of Promise’ è un progetto diviso in una serie di mostre che riflettono sulla nostra relazione sempre più preoccupante con ciò che il futuro potrebbe o meno avere in serbo per noi. Le quattro mostre si concentrano e fanno leva su varie letture del significato di una promessa, da intendere come un qualcosa che nello stesso tempo anticipa un futuro – il suo compiersi o venire meno – ma che può anche esprimere una sorta di inevitabilità, sia positiva che negativa. Tale polivalenza assume una particolare intensità nell’attuale momento storico. Poichè le nozioni scientifiche e tecnologiche di progresso, inaugurate dall’Illuminismo, non hanno più lo stesso valore di un tempo, ormai abbiamo abbandonato l’illuministica visione lineare del futuro una volta presagita. Tuttavia, ciò che viene a sostituire la nostra passata concezione non sembrerebbe affatto un’alternativa: lo spettro incombente di una globale catastrofe ecologica. Partendo dalla promessa antropocentrica della modernità, a quanto pare, abbiamo ripiegato su una fede negativa nel post-umano. Eppure il futuro non è necessariamente un libro chiuso. Lontano da una visione fatalistica,‘The Registry of Promise’ al contrario prende in considerazione queste diverse modalità del futuro cerando di concepirne delle altre. Nel fare ciò cerca di valorizzare la potenziale polivalenza e mutevolezza del termine ‘promessa’.

 

Svolgendosi nel corso di un anno, ‘The Registry of Promise’ si compone di quattro mostre autonome e interconnesse che possono essere lette come singoli capitoli di un libro. Il progetto s’inaugura con la mostra ‘The Promise of Melancholy and Ecology’, presso la Fondazione Giuliani, alla quale seguono ‘The Promise of Multiple Temporalities’, al Parc Saint Léger Centre d’art contemporain, ‘The Promise of Moving Things’, presso Centre d’art contemporain d’Ivry – le Crédac, per concludersi con ‘The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues’, presso SBKM/De Vleeshal.

 

‘The Promise of Melancholy and Ecology’ affronta la nostra sempre più misera e conflittuale relazione con la natura. Così come tanti freudiani malinconici, siamo incapaci a quanto pare di piangere nel modo giusto la perdita di ciò che possiamo comprendere solo in modo imperfetto e parziale – ossia la natura o la nostra concezione di essa – perchè non possiamo più separarla dal nostro ego. Questa mostra esplora la nostra percezione della natura sentendola come un qualcosa di remoto, per gran parte di dominio di un passato irrecuperabile che può essere rappresentato soltanto attraverso l’estinzione, come nelle foto di Jochen Lempert dell’Alca Impennis, o Great Auk, una specie scomparsa a metà del diciannovesimo secolo. Nel corso degli ultimi vent’anni, Lempert ha fotografato 35 dei 78 esemplari estinti che si trovano nei musei di storia naturale di tutto il mondo. Le strazianti sculture in bronzo e carbone di animali mutilati dell’artista francese Jean-Marie Perdrix – realizzate con la tecnica della cera persa – affrontano analogamente il tema di una passata intimità con la natura, ma la cui infernale indessicalità non può che evocare direttamente Pompei. I tenebrosi assemblaggi detritici dell’artista belga Peter Buggenhout tendono verso una rivisitazione del concetto di ‘naturale’, investendo materiali industriali di una qualità quasi organica. Infine, le oscure pozzanghere di resina dell’artista olandese Marlie Mul, a volte modulate con mozziconi di sigaretta e sacchetti di plastica, assumono una forza di persuasione inquietante in questo contesto, come se fossero gli unici fluidi plausibili a disposizione della nostra concezione sempre più desolata della natura. Eppure nonostante tutta la sua apparente oscurità, i lavori in questa mostra sono nel complesso gesti rivolti alla possibilità che la nostra percezione di ciò che mirano a preservare invece di compiangere, potrebbe essere meno flessibile della natura stessa.

 

‘The Registry of Promise’ è una co-produzione di Fondazione Giuliani, Parc Saint Léger Centre d’art contemporain, Centre d’art contemporain d’Ivry – le Crédac e SBKM/De Vleeshal.

 

www.fondazionegiuliani.org | www.parcsaintleger.fr | www.credac.fr | www.vleeshal.nl

 

Il progetto si inserisce nell’ambito di PIANO, piattaforma preparata per l’arte contemporanea, Francia–Italia 2014-2015, concepita da d.c.a / association française de développement des centres d’art, in partnership con l’Institut français d’Italie, l’Ambasciata di Francia in Italia e l’Institut français, con il sostegno del Ministère des Affaires étrangères et du Développement international, del Ministère de la Culture et de la Communication e della Fondazione Nuovi Mecenati.

 

www.pianoproject.org

 

  • Benoît Maire'Lies on the Beach', detail, photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire'Lies on the Beach', detail, photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Lies on the Beach', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Lies on the Beach', photo Giorgio Benni
  • Benoît Mairei.e. n°6, 2012
  • Benoît MairePhotographie de 3 armes du soir, 2013
  • Benoît MaireUntitled, 2013
  • Benoît MaireSocrates, 2013
  • Benoît MaireInstrument to measure, 2012
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît MaireStalactites, 2012
  • Benoît MaireLe monde donné à midi, 2013
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maireinstallation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire'The Cave', photo Benoît Maire
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)'Lies on the Beach', detail

spiaggia di menzogne (Lying Beach)

4 ottobre > 14 dicembre 2013

 

La Fondazione Giuliani è lieta di presentare spiaggia di menzogne (Lying Beach), la prima personale in Italia dell’artista francese Benoît Maire. Utilizzando numerosi mezzi espressivi, tra cui scultura, fotografia, scrittura, film e performance, Maire mira a costruire un sistema estetico dove parole e concetti emergono attraverso strumenti visivi e scultorei.  Il suo lavoro impregnato di filosofia, riferimenti artistici o letterari, s’interroga sul valore affettivo di una teoria. Pur seguendo un rigoroso approccio concettuale, l’artista è profondamente attento alle qualità formali di un’opera d’arte.

 

Parte dell’indagine in corso di Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach) è una ricerca che si concentrasull’atto del vedere e sul processo di misurazione. Un nuovo nucleo di lavori sarà presentato per la prima volta insieme ad alcune opere recenti adattate agli spazi della Fondazione. Divisa in tre parti, la mostra ha il ritmo di una narrazione: la prima, “Lies on the Beach”, presenta elementi scultorei che possono essere spostati all’interno dello spazio; la seconda, “Instruments with the Sun”, comprende strumenti realizzati a mano e video connessi al loro utilizzo; mentre la terza ed ultima parte è concepita come se fosse una grotta. Nelle varie sale le opere sono inserite all’interno di illuminazioni contrastanti e disorientanti (the Sun versus the Cave) ma il loro essere disposte in modo lineare lungo le pareti suggerisce lo scorrere di un testo.

 

Un elemento chiave della mostra è il corpo di opere che allegorizza l’atto della misurazione, inteso come la relazione tra gli esseri umani e l’ambiente che li circonda. Attraverso la misurazione degli oggetti e le rappresentazioni viene alla luce il concetto essenziale della filosofia come mera scienza. Ciò che l’artista rappresenta non è la filosofia in sé ma una relazione come condizione di possibilità di una filosofia.

 

Nato a Pessac, Francia nel 1978, Benoît Maire vive a Parigi. Tra le recenti mostre personali si annoverano: Hollybush Gardens, Londra (ad avvenire); Weapon, David Roberts Art Foundation, Londra; Ohne Warum, Croy Nielsen, Berlino; Le fruit est défendu, Cortex Athletico, Parigi (2013); History of Geometry, Halle Für Kunst, Luneburg and Walden Affairs, Den Haag; The Object of Criticism, De Vleeshal, Middleburg; Bientôt le métal entre nous se changera en or, Kunsthalle, Mulhouse (2011); L’espace nu, Frac Aquitaine, Bordeaux (2010). Tra le principali mostre collettive: Les archipels réinventés 2, Ricard Foundation Prize, Marsiglia; L’amour atomique, Palais des Arts et du Festival, Dinard; Des gestes de la pensée, La Verrière, Bruxelles (2013); To the Moon via the Beach, Maja Hoffmann, LUMA Foundation, Arles; Le mont Juji n’existe pas, Frac Ile-de-France, le plateau, Parigi (2012); Collections contemporaines, Centre Pompidou, Parigi; Tableaux, Le Magasin, Grenoble; Desert Solitaire, CAC Vilnius (2011); Dynasty, Palais de Tokyo, Parigi (2010).

 

spiaggia di menzogne (Lying Beach) è organizzata dalla Fondazione Giuliani di Roma in collaborazione con DRAF, Londra, e con il sostegno dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e di Bioera.