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Prossimamente in Fondazione

ottobre > dicembre 2019

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare la mostra Living Grains, dell’artista Ibrahim Mahama.

da ottobre a dicembre 2019

  • LIVING GRAINSCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSCapital Corpses I, 2014 – 2019; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSCapital Corpses I, 2014 – 2019, dettaglio; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSCapital Corpses I, 2014 – 2019, dettaglio; macchine da cucire con motore elettrico e legno; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSSeidu Bawu Daboya, 2019; C-print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSSamaria Fumbi, 2019; C-print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSZena Obuasi, 2019; C-Print, 70 x 50 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSMaria Alasan Soh, 2019; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSGold Coast, 1945 – 2019; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSGold Coast, 1945 – 2019, dettaglio; C-Print, 100 x 150 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSMaps of the Gold Coast, 1898 – 2019; mappa d’archivio del periodo antecedente all’indipendenza del Ghana; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSPrestea S.E., 1951 – 2019; mappa d’archivio, 53 x 59 cm; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSSewing Man's Dead Dreams, 2019; macchina da cucire su un banchetto di scuola elementare; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSSewing Man’s Dead Dreams, 2019; veduta della mostra Living Grains presso la Fondazione Giuliani; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSParliament of Ghosts, 2014 – 2019; 2-channel film, 7:30 min; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSParliament of Ghosts, 2014 – 2019; 2-channel film, 7:30 min; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni
  • LIVING GRAINSInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Giorgio Benni

Living Grains

ottobre > dicembre 2019

 

LIVING GRAINS

Ibrahim Mahama

 

Inaugurazione venerdì 25 ottobre 2019

dalle 18:00 alle 21:00

 

dal 26 ottobre al 21 dicembre 2019

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Living Grains, la prima mostra a Roma dell’artista ghanese Ibrahim Mahama. La personale include una serie di opere realizzate ex-novo, tra cui un’installazione su larga scala, fotografie, disegni e un film in virtual reality.

 

Immersi nella trama storica, culturale e socio-politica del Ghana, i lavori di Ibrahim Mahama affrontano i problemi legati alla globalizzazione, al lavoro, alla circolazione delle merci e alla creazione di comunità, evidenziando una condizione sociale universale. Mahama è noto soprattutto per la sua pratica di avvolgere le strutture architettoniche con sacchi di juta. Realizzati originariamente nel Sudest Asiatico e importati nel Ghana per trasportare i chicchi di cacao, questi sacchi diventano oggetti multifunzionali, impiegati sia dai venditori locali, che per diverse esigenze domestiche. Il materiale e il tragitto stesso della merce, la quale imprime nelle trame del suo involucro le tracce della propria storia, rappresentano il punto cruciale della ricerca di Mahama: l’indagine della memoria e del declino della storia, i frammenti culturali, lo scarto e la trasformazione futura di oggetti raccolti dall’ambiente urbano. Tramite l’analisi della loro storia, Mahama evidenzia come l’evoluzione nel tempo di questi oggetti denoti lo sviluppo e i cambiamenti nella società contemporanea.

 

Per la mostra in Fondazione Giuliani, Mahama ha lavorato a lungo con una rete di “collaboratori”, collezionando quasi duecento macchine da cucito in disuso per dar vita all’installazione su grande scala Capital Corpses I (2014-2019). Queste macchine, legate in maniera intrinseca alla moda e all’industria tessile, simboleggiano metaforicamente un contesto dove l’industria, e ogni ambito ad essa correlato, ignora completamente il processo di decadimento dell’oggetto. L’installazione esplora anche il suono, una componente importante e spesso trascurata dell’oggetto, che qui crea un’ulteriore connessione o eco con i due film in mostra. Il film Parliament of Ghosts (2014-2019) ritrae i lavoratori del mercato Agbogbloshie di Accra, la più grande discarica di rifiuti al mondo, mentre rimodellano incessantemente oggetti di latta, legno e acciaio, caduti in disuso con il progresso. La voce fuori campo che accompagna le scene di questo lavoro disumano sono le registrazioni dei dibattiti nel Parlamento ghanese degli anni ‘50. In questi dialoghi l’urgenza di valorizzare le capacità e il potenziale dei giovani ghanesi viene enfatizzata con un’ironia che risulta allo stesso tempo possibile e tragica. Il film in realtà virtuale Promises of hanging living men have no dead weight (2014-2019) crea un ulteriore eco, accompagnando lo spettatore nei funzionamenti interni e nelle dinamiche degli edifici in stato di degrado, dei silos abbandonati e degli altri scenari architettonici.

 

Maps of the Gold Coast (1898-2019) consiste in un gruppo di mappe del 1920-1950 oggi obsolete, prodotte durante il periodo coloniale in Ghana. Le mappe presentano tracce delle ricerche eseguite dagli inglesi durante la costruzione della ferrovia (ora quasi interamente in disuso) realizzata per il trasporto di merci e minerali, sulle quali Mahama è intervenuto con dei disegni. Queste mappe sono affiancate da una serie di fotografie che ritraggono l’avanbraccio di alcune donne provenienti da paesini del nord Ghana, vicini a dove Mahama è cresciuto. Partite per trovare lavoro come operaie nella capitale Accra, le donne si tatuano le braccia con i loro nomi e i contatti dei loro cari, nel caso venissero uccise o ferite durante uno dei numerosi incidenti stradali o in cantiere. Mahama è convinto che questa particolare crisi rappresenti un’apertura verso nuove conversazioni sull’idea del corpo nel ventunesimo secolo.

 

Ibrahim Mahama nasce nel 1987 a Tamale, in Ghana; vive e lavora ad Accra, Kumasi e Tamale. Una selezione delle sue mostre personali recenti più rappresentative include: Parliament of Ghosts, The Whitworth, University of Manchester, Gran Bretagna (2019); Labour of Many, Norval Foundation, Cape Town, Sud Africa (2019); A Friend, Fondazione Nicola Trussardi, Porta Venezia, Milano (2019); A straight line through the Carcass of History, 1918-1945, daadgalerie, Berlino (2018); In Dependence, Apalazzo Gallery, Brescia (2018); On Monumental Silences, Extra City Kunsthal, Anversa (2018); In the White Cube: Fragments, White Cube, Londra (2017); Fracture, Tel Aviv Museum of Art (2016). Ha partecipato a numerose collettive di grande prestigio, tra cui No Time for Caution 1966, La Biennale de l’Art africain contemporain: DAK’ART, Dakar, Senegal (2018); Documenta 14, Kassel, Germania e Atene (2017); All the World’s Futures, 56th Biennale di Venezia (2015). Quest’anno è stato uno degli artisti a rappresentare il Ghana al primo padiglione ghanese alla 58esima edizione della Biennale di Venezia.

 

A marzo 2019 Mahama fonda un centro artistico che comprende spazi espositivi, un centro di ricerca e le residenze degli artisti: il Savannah Centre for Contemporary Arts (SCCA) a Tamale, Ghana. Come estensione della sua stessa pratica artistica, l’intenzione dell’artista è quella di investire nella comunità contribuendo allo sviluppo e all’espansione della scena artistica contemporanea ghanese.

Opening Francesco Vezzoli PARTY POLITICS

 

PARTY POLITICS

L’intrattenimento della politica, la politica dell’intrattenimento

 

Opening 15 Aprile dalle ore 18:00
dal 16 Aprile al 19 luglio 2019

 

Attraverso l’esplorazione del potere della cultura popolare contemporanea, Francesco Vezzoli continua a occuparsi dell’ambiguità fondamentale del vero, della seduzione del linguaggio e dell’estrema vulnerabilità dei personaggi umani. Utilizzando molteplici media, dal video e la performance, alla fotografia e il ricamo, Vezzoli crea opere ricche di riferimenti e citazioni che sfidano le distinzioni tra arte “alta” e cultura popolare.

 

Francesco Vezzoli ha raggiunto la fama con i suoi film con protagonisti icone pop e celebrità mentre la sua produzione più recente riflette sull’iconografia del passato italiano, così come nella mostra alla Fondazione Giuliani, Party Politics, dove analizza i rapporti tra politica, spettacolo e arte visiva.  Utilizzando una selezione di fotografie d’archivio scattate principalmente negli anni Ottanta dai fotoreporter, la mostra esplora sia il lento declino dell’impegno politico e l’allontanamento dal radicalismo e dall’idea di collettività che pervadevano i decenni degli anni Sessanta e Settanta, sia il progressivo imporsi di un’epoca segnata dall’edonismo e dalla mondanità.

 

Immagini di medio e grande formato ritraggono eventi mediatici, impegni politici e party di noti personaggi politici e personalità di spicco, in una presentazione che rievoca sia i ritratti cortigiani di Hans Holbein il Giovane, che i soggetti morali moderni di William Hogarth. Con occhio critico, ma mai blasfemo, Vezzoli trasforma le fotografie, ricche di simbolismo, allusione e paradosso, in epici ritratti di un’epoca. I momenti immortalati diventano così sia le testimonianze di quegli anni, sia un presagio per il futuro.

 

Siamo lieti della partecipazione al progetto del noto scrittore e giornalista Filippo Ceccarelli, il cui nuovo libro, Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua, è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018. Ogni opera esposta è accompagnata da un testo redatto da Ceccarelli, il quale ha gentilmente accettato l’invito a collaborare a Party Politics.

  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsBeppe Grillo, Zucchero, Gianluca Vialli, Enzo Biagi, Vittorio Gassman, Giulio Andreotti, Corrado. Le sette vite del Telegatto, ©Mondadori Portfolio
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsJoan Collins, Silvio Berlusconi. I giorni scintillanti di Dynasty, ©Getty Images
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsMoana Pozzi, Giuliano Ferrara. Rosseggiava il canapè, ©OLYCOM
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Francesco VezzoliGianni De Michelis, Isabella Rossellini. Furbizia e fascino degli sguardi obliqui
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsSophia Loren, Giancarlo Pajetta. Pallido bacio, estasi luminosa, ©ANSA
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Francesco VezzoliAmintore Fanfani, Michelangelo Antonioni. Larvato sospetto, ragionevole vigilanza
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsIlona Staller. Il terzo occhio del porno, ©Contrasto
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Francesco VezzoliSandra Milo. Gli orizzonti del florivivaismo politico
  • Party Politics"Sandro Pertini, Sandra Milo. I frutti maturi del socialismo pop", foto credits: Angelo Palma/ A3/ Contrasto
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa
  • Party PoliticsMarella Agnelli, Maria Pia Fanfani, Nancy Reagan. Triduo di mogli sulla laguna, ©Archivio Graziano Arici
  • Party PoliticsInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2019; foto di Roberto Apa

Party Politics

APRILE > LUGLIO 2019

 

PARTY POLITICS

 

L’intrattenimento della politica, la politica dell’intrattenimento

 

un nuovo progetto di Francesco Vezzoli
con il contributo speciale di Filippo Ceccarelli
dal 16 aprile al 19 luglio 2019

 

Attraverso l’esplorazione del potere della cultura popolare contemporanea, Francesco Vezzoli continua a occuparsi dell’ambiguità fondamentale del vero, della seduzione del linguaggio e dell’estrema vulnerabilità dei personaggi umani. Utilizzando molteplici media, dal video e la performance alla fotografia e il ricamo, Vezzoli crea opere ricche di riferimenti e citazioni che sfidano le distinzioni tra arte “alta” e cultura popolare.

 

Francesco Vezzoli ha raggiunto la fama con i suoi film con protagonisti icone pop e celebrità mentre la sua produzione più recente riflette sull’iconografia del passato italiano, così come nella mostra alla Fondazione Giuliani, Party Politics, dove analizza i rapporti tra politica, spettacolo e arte visiva.  Utilizzando una selezione di fotografie d’archivio scattate principalmente negli anni Ottanta dai fotoreporter, la mostra esplora sia il lento declino dell’impegno politico e l’allontanamento dal radicalismo e dall’idea di collettività che pervadevano i decenni degli anni Sessanta e Settanta, sia il progressivo imporsi di un’epoca segnata dall’edonismo e dalla mondanità.

 

Immagini di medio e grande formato ritraggono eventi mediatici, impegni politici e party di noti personaggi politici e personalità di spicco, in una presentazione che rievoca sia i ritratti cortigiani di Hans Holbein il Giovane, che i soggetti morali moderni di William Hogarth. Con occhio critico ma mai blasfemo, Vezzoli trasforma le fotografie, ricche di simbolismo, allusione e paradosso, in epici ritratti di un’epoca. I momenti immortalati diventano così sia le testimonianze di quegli anni che un presagio per il futuro.

 

Siamo lieti della partecipazione al progetto del noto scrittore e giornalista Filippo Ceccarelli, il cui nuovo libro, Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua, è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018. Ogni opera esposta è accompagnata da un testo redatto da Ceccarelli, il quale ha gentilmente accettato l’invito a collaborare a Party Politics.

 

Francesco Vezzoli è nato nel 1971 a Brescia; attualmente vive e lavora a Milano. Ha esposto in innumerevoli istituzioni internazionali, tra cui il Centre Pompidou, Parigi (2018); Fondazione Prada, Milano (2017); Museion, Bolzano (2016); Nouveau Musée National di Monaco (2016); Performa 15, New York (2015); MoMA PS1, New York (2014); MOCA, Los Angeles (2014); MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma (2013); Garage Center for Contemporary Culture, Mosca (2010); Moderna Museet, Stoccolma (2009); The Power Plant, Toronto (2007); Solomon R. Guggenheim Museum, New York (2007); Tate Modern, Londra (2006); Le Consortium, Dijon (2006); Fondazione Cini, Venezia (2005); Serralves Museum, Porto (2005); The New Museum of Contemporary Art, New York (2002); Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli (2002); GAM, Galleria Comunale d’Arte Moderna, Bologna (2000). Nel 2007 ha co-rappresentato l’Italia alla 52esima Biennale di Venezia, insieme a Giuseppe Penone.

Credits:

 

Testo introduttivo alla mostra

Michele Masneri

 

Ricerca iconografica

Livia Corbò / Photo Op

 

Exhibition design

Filippo Bisagni

 

La mostra è stata realizzata con il contributo di

Galleria Franco Noero

FLOS

 

Si ringrazia:

Luca Corbetta

Edoardo Maggi

Dario Marangoni (FLOS)

Massimo Pellicciari (FoToRENT)

Giulia Romano (Galleria Franco Noero)

 

Un ringraziamento particolare a:

Mirella Petteni Haggiag

Chiara Rusconi

Stefano Tonchi

  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa
  • TAN LINESInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; foto di Roberto Apa

Tan Lines

OTTOBRE > DICEMBRE 2018

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Tan Lines, la mostra personale dell’artista norvegese Fredrik Værslev. Il lavoro di Fredrik Værslev è una riflessione sulla pittura intesa come risultato di un processo creativo dominato dalla tensione tra attenta programmazione e casualità. Interessato a ribaltare definizioni, convinzioni e limiti del medium pittorico, la genesi delle sue tele in larga scala è il risultato di un perpetuo incontro/scontro tra controllo e caso. Dopo aver progettato e realizzato un’opera con rigore scientifico, spesso la altera con l’intervento di circostanze fortuite (esponendola agli agenti atmosferici, lasciandola nella natura o in luoghi pubblici della città) o chiede agli amici di modificarla

liberamente e completarla, portando agli estremi l’idea di appropriazione. Grazie a questi processi la realtà si deposita fisicamente sulla superficie della tela, entrando a far parte di una composizione astratta dove campiture di colore e pattern dialogano con un linguaggio fatto di numeri e simboli. Nei suoi quadri astrazione e figurazione convivono, materiali tradizionali si alternano a quelli industriali, pittura e graphic design si fondono, così come i gesti pianificati dell’artista e quelli accidentali del fato.

 

In Tan Lines sono esposte per la prima volta due nuove serie di lavori: i monumentali Sail Paintings e i Garden Paintings. Nella serie Sail Paintings, su uno sfondo monocrome, l’artista combina frammenti di tele di varia lavorazione provenienti da quadri sia datati che recenti, creando una composizione che ricorda le vele di una barca. Le opere si presentano come un ibrido complesso dove le tele ritagliate, combinate e minuziosamente ricucite si fondono con simboli dipinti che rievocano sia l’ambiente marittimo che numerologie, gesti e tracce appartenenti alla sfera privata dell’artista (come ad esempio il numero ‘79’, il suo anno di nascita). Cercando di eludere qualsiasi classificazione dei suoi lavori, Værslev li sottopone ad un processo di continua distruzione e ricostruzione per creare una frammentazione sia visiva che di contenuto, lasciando spazio a nuove connessioni.

 

I ‘Garden Paintings’ oscillano invece tra il quadro e l’installazione e si presentano come lastre di legno che ricordano le panchine dei giardini ma installate a muro all’altezza dello sguardo. Oltre a rispecchiare il grande interesse dell’artista per l’architettura urbana e suburbana, queste opere sono il risultato di un lento processo di verniciatura a dieci strati con una copertura appositamente studiata per le barche. Questo elemento stabilisce un dialogo intrigante tra le serie Sail e Garden, concepite per coesistere come un paesaggio metaforico e allo stesso tempo reale nel quale immergersi liberamente.

 

Tan Lines alla Fondazione Giuliani è il terzo appuntamento di una mostra itinerante concepita in collaborazione con Kunst Halle Sankt Gallen in Svizzera (novembre 2017 – gennaio 2018) e Bonner Kunstverein in Germania (febbraio – aprile 2018).

 

In occasione di Videocittà (dal 23 al 27 ottobre), la rassegna culturale dedicata al cinema e all’audiovisivo con diversi eventi a Roma, verrà proiettato in Fondazione Giuliani il cortometraggio di Gordon Matta-Clark, Splitting (1974), selezionato appositamente da Fredrik Værslev.

 

Fredrik Værslev è nato nel 1979 in Norvegia, vive e lavora tra Dramman e Vestfossen. Tra le sue mostre personali più recenti si annoverano: Fredrik Værslev as I Imagine Him, Astrup Fearnley Museet, Oslo, Norvegia (2018); Tan Lines, Bonner Kunstverein, Bonn, Germania (2018); Tan Lines, Kunst Halle Sankt Gallen, Svizzera (2017); La Constance du jardinier, Kunsthal Aarhus, Aarhus, Danimarca (2016); All Around Amateur, Le Consortium, Dijon, Francia (2016); All Around Amateur, Le Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia (2016); Inner beauty, Museo Marino Marini, Firenze (2015); Querelle of Brest, CAC – Passerelle, Brest, Francia (2015); La Constance du jardinier, CNEAI, Chatou, Francia (2015).

Con il supporto di OCA – Office for Contemporary Art Norway

  • Fredrik VærslevTan Lines, installation view, Kunst Halle Sankt Gallen, Switzerland November 11 - January 14, 2018

INAUGURAZIONE STASERA

Inaugurazione stasera!

Tan Lines, la mostra personale di Fredrik Værslev.

Venerdì 12 ottobre

dalle 18.00 alle 21.00

13 ottobre > 22 dicembre 2018

  • Roberto FassoneShhh (1916 modi per costruire una piramide invisibile), 2018

PSST…A PLAY ON GOSSIP

APRILE 2018

 

Psst… A Play On Gossip
due serate di performance, gesti e atti dal vivo

 

Mercoledì 4 Aprile
& venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30

 

a cura di Adrienne Drake, Ilaria Gianni, Arnisa Zeqo

 

con Ulises Carrión (attivato da Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti), Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Evelyn Taocheng Wang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger, Jahān Xājavi, Arnisa Zeqo.

 

Psst… A Play on Gossip sussurra in lontananza, desidera catturare la vostra attenzione, coinvolgervi nelle due serate di atti dal vivo, gesti, poesia, giochi di parole e proiezioni che si terranno presso la Fondazione Giuliani. Agendo all’interno dei limiti e delle lacune insite nella dimensione del linguaggio, gli artisti sondano le potenzialità della parola per costruire un diverso immaginario visivo, nel tentativo di sviluppare una posizione critica.

 

Psst… A Play on Gossip vuole far emergere il potere latente della parola, in quanto significante alternativo capare di inserirsi in una sceneggiatura attraverso un giogo di informazioni pronunciate, urlate, declamate e sussurrate.

 

Lingua madre in continua evoluzione, alterazioni di senso riconosciute e ormai normalizzate, segnali discordanti raffigurano il linguaggio

come un corpo mutevole. L’uso di un termine specifico, ancor prima della qualità di una voce, di una particolare espressione, di un’intonazione o di un registro linguistico, cosa innesca nella nostra mente? Come può il chiacchiericcio diventare uno strumento performativo di produzione narrativa e artistica? Come può l’aneddoto essere interpretato sia come una forma sperimentale di discorso critico sia come una forma radicale di conoscenza?

 

La Fondazione Giuliani diventa un palcoscenico, sul quale il canovaccio dell’opera performativa tenta di alterare la percezione dello spazio espositivo diramandosi all’interno delle impressioni del visitatore. Quindi, psst… vi invitiamo a sedervi con noi, sul palco o in platea, ad unirvi all’esercizio performativo, ad essere testimoni dei discorsi, delle parole che circoleranno, delle combinazioni di suoni, liberando quella fluidità di linguaggio di A Play on Gossip vuole essere portatrice.

 

Mercoledì 4 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Ulises Carrión, Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, and Evelyn Taocheng Wang.


Venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger e Jahān Xājavi.

 

Si ringrazia KNIR | Reale Istituto Neerlandese di Roma

  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAEtwas Abwesendes, dessen Anwesenheit erwartet wurde, 2015; marmo; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORACandle Column (Alicja/Gregor), 2017; bronzo, pittura; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORASUPPORT (Atleta), 2018; marmo di Carrara; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORARadio (Alicja R-603), 2014; plastica 367.5 g, ferro 325.7 g, ottone 29.4 g, resina fenolica 28.5 g, rame 26.5 g, alluminio 20.9 g, zinco 14.5 g, silicone 12.4 g, stagno 10.8 g, magnete 9.5 g, ceramica 0.6 g, vetro 0.2 g, 17 barattoli, vetrine; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORA_1518 leere Liter bis zum Anfang_, 2008/2018; 1337,28 kg di bottiglie vuote d’acqua Selters con tappo, polverizzate; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORAAndere Bedingung (Aggregatzustand), 2009; legno, specchio, metallo, ottone, asta d’acciaio; foto di Giorgio Benni
  • MATERIA, PER ORATotum pro parte (Ein Hocker ist ein Bild), 2017; sgabelli usati, specchio, vetro; foto di Giorgio Benni

MATERIA, PER ORA

10 maggio > 20 luglio 2018

 

 

“Sto cercando di capire cos’è per me la realtà e cosa sia per tutti noi”.

 

La Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale di Alicja Kwade a Roma. La ricerca di Alicja Kwade parte dallo studio

attento della realtà e delle sue architetture interne per approdare in universi mentali paralleli dalle molteplici possibilità di lettura. Affascinata dai confini incerti tra visibile ed invisibile, esplora ciò che è reale e ciò che non lo è stimolando l’occhio dello spettatore in un gioco dove spazio, tempo, scienza e filosofia creano un labirinto di percezioni. Nelle sue installazioni, così come nei video e nelle fotografie, manipola e trasforma oggetti di uso quotidiano per conferire loro forme e valenze di significato diverse, rivelando così i molteplici e talvolta nascosti sostrati del visibile. Perché, come ci spiega l’artista stessa, la materia esiste in uno spazio di undici dimensioni, sette delle quali a noi inaccessibili ed ignote ma che coesistono parallele a quelle che conosciamo. Forme e materiali che abitano il nostro universo di esperienze subiscono metamorfosi e distorsioni per dimostrare come tutto possa assumere una forma altra ed essere soggetto a cambiamenti di natura fisica, di struttura e di sostanza. Ogni lavoro della Kwade cela una minuziosa ricerca scientifica che si declina in un linguaggio costruito con forme sintetiche ed essenziali, dove il segno ci invita a pensare e reinterpretare in continuazione ciò che l’occhio ed il nostro inconscio osservano. Oltre ad esplorare la nostra percezione del reale, del tempo e dello spazio, le sue opere gettano uno sguardo sulla nostra società e le sue regole di funzionamento e sugli schemi naturali ed artificiali che condizionano il nostro modo di pensare.

 

MATERIA, PER ORA vuole essere un momento di studio ancora più approfondito sulla materia, il materiale e la materialità. Kwade indaga il concetto filosofico di decostruzione/costruzione concentrandosi sul processo di trasformazione della materia a contatto con le diverse dimensioni presenti in natura. Convinta che quest’ultima altro non è che una serie infinita di combinazioni di se stessa nello spazio e nel tempo, le sue opere giocano con la ripetizione, la scomposizione, la variazione di scala e la distruzione/ricostruzione connotandosi come meditazioni scultoree sulla natura dell’oggetto. La smaterializzazione genera una de-significazione, un momento dove nuove rielaborazioni e letture possono avere luogo, una possibilità di rappresentare lo spazio e il tempo che non riusciamo a percepire.

 

Alicja Kwade è nata nel 1979 a Katowice (Polonia), vive e lavora a Berlino. Tra le sue recenti mostre personali si annoverano: AMBO, Kunsthalle zu Kiel, Germania (2018); LinienLand, Haus Konstruktiv, Zurigo (2018); ReReason, YUZ Museum, Shanghai (2017-2018); Phase, König

Galerie, Berlino (2017); In Aporie, kamel mennour, Parigi (2016); Medium Median, Whitechapel Gallery, Londra (2016); Alicja Kwade, De Appel Arts Centre, Amsterdam (2016); Against the Run, Public Art Fund, New York (2015-2016). Nel 2015 ha vinto il premio Hector-Prize della Kunsthalle Mannheim in Germania e nel 2017 la sua opera WeltenLinie (One in a Time) è stata esposta al Padiglione del Tempo e dell’Infinito della 57° Biennale di Venezia.

 

 

Un ringraziamento speciale all’Istituto Polacco di Roma.

  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagHorizontal Aleppo, 2017; Aleppo soap, foam; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagVertical Aleppo, 2017; Aleppo soap, bricks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagGive More Sky To The Flags, 2016; corten steel, rubble; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagHaiku Under Tension, 2017; trampoline, rubble; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni
  • Your Ruins Are My FlagThe World Belongs to Those Who Set It On Fire, 2016; candle smoke on paper; photo Giorgio Benni

Your Ruins Are My Flag

ottobre 2017 > gennaio 2018

 

Nell’immaginario dell’artista suggestioni poetiche, tradizione e spiritualità convivono, generando opere evocative e metaforiche che guardano alla società contemporanea con sguardo critico e allo stesso tempo ottimista. Consapevole dei molteplici significati che parole ed oggetti possono contenere, Cantor combina in maniera giocosa materiali, media e linguaggi per produrre opere pungenti dove definizioni e categorie vengono continuamente sovvertite. Sospese tra una profonda ricerca formale ed estetica e la loro valenza critica, queste fondono simboli e gestualità semplici per veicolare messaggi universali e proporre letture parallele.

 

Con sguardo cinico e allo stesso tempo ludico, l’artista scava così nel profondo della storia contemporanea, rivelando le sue insite contraddizioni. Il suo linguaggio manipola i diversi piani di significato per mettere in discussione confini, ruoli e canoni, proiettando lo spettatore in una dimensione dove l’ovvio non è mai scontato, bensì ha il potere di cambiare la nostra percezione della realtà.

 

In occasione di Your Ruins Are My Flag verrà presentato per la prima volta in Italia un ampio corpus di opere di nuova produzione. Come suggerisce il titolo, la mostra si incentra sulla riflessione intorno al concetto di perdita, nelle sue molteplici accezioni. Dal patrimonio alle tradizioni, dalla fragilità degli equilibri politici e sociali alla perdita intesa come negazione di libertà, innocenza e sicurezza.

 

I materiali che plasmano le opere intrecciano con queste un vitale e ambivalente rapporto, sia perché alcuni di loro sono utilizzati dall’artista per la prima volta (come il sapone e la telecamera termica), sia perché aggiungono ulteriori elementi al loro significato, completandolo. In questo modo il sapone, lontano dall’essere solo la mera materia che da forma all’opera, rievoca l’atto del lavare via e sbiadire il passato, la storia e la loro eredità. L’operazione si arricchisce di ulteriori suggestioni quando scopriamo che il sapone usato è quello dell’antica tradizione di Aleppo, città protagonista delle pagine più tristi del momento. I labili tempi moderni saranno così lo sfondo di una mostra che metterà in discussione ideologie, conflitti e nuove minacce che muovono le redini della storia contemporanea, proiettandoli in una dimensione sublime e poetica.

 

Mircea Cantor è nato nel 1977 a Oradea (Romania); come ama affermare “vive e lavora nel mondo”. Tra le sue ultime personali internazionali si annoverano: La partie invisible de l’infini, Galerie de l’atelier Brancusi (Centre Georges Pompidou), Parigi, 2017; SOLO SHOW – Part I e Part II, Fondation Francès, Senlis, Francia, 2016; 5775, Dvir Gallery, Tel Aviv; Mircea Cantor: Collected Works, Rennie Collection at Wing Sang, Vancouver, 2014; Mircea Cantor: QED, National Museum of Contemporary Art, Bucharest, 2013; Mircea Cantor, Prix Marcel Duchamp 2011, Centre Pompidou, Parigi,2012; Sic Transit Gloria Mundi, MACRO, Roma, 2012.

 

Con il sostegno di Magazzino, Roma;
Un ringraziamento particolare a Faurar Art, Baia Mare, Romania e Laurealep.

Consequences

 

Jay Heikes — Consequences
Lingua: EN / IT
Dimensioni: 190 x 260 mm
Colore
Pagine: 80
Softcover
Editor: Jay Heikes
Autori: Adrienne Drake,

Jay Heikes and Conny Purtill
Editorial Coordination: Costanza Paissan
Design: Walter Santomauro
Edizione di 499 copie
Anno: 2016

ISBN 978-88-99776-02-2
PREZZO: 18€

 

Il libro Consequences è stato pubblicato in

connessione con la mostra di Jay Heikes, con il contributo di Felix Culpa, Jessica Jackson Hutchins, Ari Marcopoulos, Josiah McElheny, Todd Norsten, Conny Purtill, Justin Schlepp, Gedi Sibony, Michael Stickrod, The Unknown Artist, e il fantasma di Lee Lozano, tenutasi a Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea, Roma,  dal 10 Ottobre al 12 Dicembre 2015.

Il libro include una corrispondenza tra Jay Heikes e Adrienne Drake sul processo di collaborazione del progetto, una serie di “headnotes” dell’artista su molte delle opere esposte, un testo di Conny Purtill e una mappa visuale di Sarah Lehrer-Graiwer. I testi sono accompagnati da un’ampia selezione di foto di installazione e di lavori presenti in mostra, consentendo al lettore di approfondire il quadro visivo, spaziale e concettuale dell’intero progetto.

James Lee Byars

THE GOLDEN TOWER

CAMPO SAN VIO, VENEZIA

13 MAGGIO – 26 NOVEMBRE 2017

 

La Fondazione Giuliani, Roma, con il supporto di Michael Werner Gallery, è lieta di annunciare “The Golden Tower”, un progetto di James Lee Byars in Campo San Vio direttamente affacciato sul Canal Grande. Il progetto è un Evento Collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, a cura di Christine Macel (13 May –  26 Novembre 2017)

 

“La torre racchiude il simbolo ascensionale, l’andare metaforicamente verso la montagna cosmica, una macchina per gli dei placcata d’oro” dichiara il curatore Alberto Salvadori a proposito del lavoro: ” Il suo splendore richiama la simbologia del sole e assume un connotato di illuminazione interiore, della conoscenza intellettuale, dell’esperienza spirituale. Ecco il perché dell’uso dell’oro di James Lee Byars.

 

Situata a Dorsoduro, tra l’Accademia e la collezione Peggy Guggenheim, la “The Golden Tower” sarà visibile da varie parti della città. La brillante superficie dorata della torre si ricollega ai mosaici dell’adiacente Palazzo Barbarigo. La collocazione all’interno del Campo San Vio richiama anche una celebre veduta di Canaletto, dipinta proprio da quel luogo.

 

“James Lee ha concepito la ‘The Golden Tower’ come un monumento all’umanità”, dichiara Wendy Dunaway, la vedova dell’artista. “Venezia rappresentava insieme la sua vera casa e la metafora stessa dell’incontro fra Oriente e Occidente. Non potrei immaginare un tributo più appropriato in questi tempi”.

 

La presentazione della “The Golden Tower” a Venezia è anche particolarmente significativa per la profonda connessione tra Byars e la città. L’artista ha vissuto per lunghi periodi a Venezia a partire dal 1982. Nel 1989 lavorò a fianco dei maestri vetrai di Murano in occasione della realizzazione di una delle sue principali opere, “The Angel”.

 

Nel corso della sua carriere Byars ha realizzato numerose performances a Venezia: “The Holy Ghost”, Piazza San Marco, 1975; “The New Pink Flag of Italy”, ancora in Piazza San Marco, 1980; e infine “The Death of James Lee Byars”, Punta della Dogana, 1993.

 

Byars ha gia’ partecipato a quattro precedenti edizioni della Biennale Arte, con la performance “Be Quiet”, in occasione dell’inaugurazione della 39. Esposizione Internazionale d’Arte e “The Poet of the Gondola” per la Biennale Arte 1986. Harald Szeemann incluse la scultura “The Spinning Oracle of Delphi” alla Biennale Arte 1999 e tre sculture di marmo dorate sono state incluse nell’edizione del 2013.

 

Segui “The Golden Tower” sui social media @ #JamesLeeByars #GoldenTower #BiennaleArte2017 #VivaArteViva

 

Per maggiori informazioni su James Lee Byars e “The Golden Tower” a Venezia, si prega di contattare press@michaelwerner.com, visitare il sito www.michaelwerner.com e: Rachel Rees, SUTTON, +1 212 202 3402, Rachel.rees@suttonpr.com

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  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
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  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
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  • N. DashUntitled, 2017; silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
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  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashVideo still, Installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni

N. Dash

9 maggio > 14 luglio 2017

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale ed istituzionale in Europa dell’artista N. Dash

 

“La lingua araba è meravigliosa per Wanderwort*…

 

Una mattina in classe, rifletté sulla parola per “mud brick”. Nel geroglifico antico era djebet diventando poi tobe in copto, in seguito gli arabi aggiunsero l’articolo determinativo trasformandolo in al-tuba, mentre in Spagna arrivò come adobar, e più tardi, nel sud-ovest americano, dove questa cosa pesante viaggiò per 4 millenni e 7000 miglia, finalmente divenne adobe.

 

Da una lettera di Peter Hessler dal Cairo al The New Yorker, 17 aprile 2017

 

*Wanderwort
Etimologia – discende dal tedesco, da Wander (vagare) + Wort (parola)
Nome – prestito linguistico diffuso in molte lingue differenti

  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictUntitled, 2014
  • Will Benedict & Tom HumphreysUntitled, 2014
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Wolfgang BreuerNo Title, 2011
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictToilets not Temples, 2014
  • Will BenedictThe Leopard Frog, 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictLay's Miserables, 2017
  • Will BenedictStop and Frisk, 2013
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictProduction Hospital, 2016

Fiction is a Terrible Enemy

11 FEBBRAIO > 8 APRILE 2017

 

Law & Order era un programma televisivo americano trasmesso per 19 anni dalla NBC. Negli Stati Uniti ha avuto sei differenti spin-off, cinque video-games, così come versioni in Francia, Inghilterra e Russia. Nel 2016 Donald Trump si è dichiarato “candidato Law and Order”. La mia amica Justine è sempre in ritardo, e la cosa è abbastanza scortese. A lei servirebbe un po’ di “Law and Order” nella sua vita. Law and Order potrebbe essere semplicemente paternalistico ma, d’altro canto, può essere una scorciatoia politica per portare alla reclusione milioni di persone.

 

Per la mia mostra a Fondazione Giuliani proietterò in anteprima il nuovo video musicale “I AM A PROBLEM (Enemy Ladder)” fatto per la band Wolf Eyes, con una selezione di film e video musicali fatti negli anni passati. Per la Biennale di Berlino dell’estate scorsa ho fatto un altro video musicale per i Wolf Eyes, intitolato “I AM A PROBLEM (T.O.D.D.)”, che mostra un alieno mentre viene intervistato dal noto giornalista Charlie Rose sul problema dell’immigrazione. Questo nuovo video “I AM THE PROBLEM” segue una squadra della S.W.A.T. appostata all’esterno di una casa tranquilla dove una donna sta leggendo un libro, ignara, o incurante, delle attività della polizia fuori la sua finestra.  Il libro che sta leggendo rivela segreti oscuri sul potenziale desiderio collettivo di liberarsi da questo mondo corporeo. Almeno credo.

 

Nel 1996 un altro mio amico, Chris, aveva una band dal nome Razorburn 77. Non so il perché di questo nome. Loro avevano una canzone chiamata Law & Order che era semplicemente la sigla del programma TV. Era divertente ma allo stesso tempo terribile. All’incirca nello stesso periodo, Bill Clinton istituì la Three Strikes Law, il cui nome è stato coniato dal gioco del baseball e che mandava all’ergastolo, indipendentemente dalla gravità del reato, qualsiasi trasgressore avesse tre condanne. Questa legge ha creato un crudele, kafkiano sistema di giustizia criminale che ha perso il senso della proporzione. Taccheggiare in un supermercato, rubare monetine da un’auto parcheggiata, o rilasciare un assegno scoperto potrebbero mandarti in prigione per il resto della vita. La finzione è un terribile nemico.

 

-Will Benedict

 

Will Benedict, nato a Los Angeles nel 1978, vive e lavora a Parigi. I suoi lavori più recenti sono stati esposti alla 9° Biennale di Berlino (2016), 10° Biennale del Nicaragua (2016) e alla 31° Biennale di Arti Grafiche di Ljubljana (2015). Le sue mostre personali includono I AM A PROBLEM al Rob Tufnell di Londra (2016), Bad Weather a Overduin & Co. a Los Angeles (2015), A Bone in the Cheese alla Galleria Bortolami di New York (2015), Corruption Feeds al Bergen Kunsthall in Norvegia (2014), Comparison Leads to Violence al Balice Hertling a Pargi (2014), The Narcissism of Minor Differences al Halle für Kunst a Lüneburg (2013). Ha anche curato le mostre Nuclear War: What’s in it for you? al Vilma Gold a Londra (2014), Vertical Club alla Galleria Bortolami di New York (2013) e Commercial Psycho alla Andrew Kreps Gallery di New York (2012).

Prossimamente, un progetto off-site

 

Un

progetto di arte contemporanea in collaborazione con licei delle periferie e fondazioni d’arte italiane per la riattivazione di immaginari e il riuso di spazi locali.

 

novembre 2016 > aprile 2017

Menti locali

 

MENTI LOCALI: Ritorno a Spinaceto

un progetto di

Luigi Coppola e Davide Franceschini

 

in collaborazione con

Liceo Scientifico e Linguistico Ettore Majorana

 

 Le Fondazioni di arte contemporanea della città di Roma mettono in rete le loro azioni promuovendo azioni di intervento nelle scuole e di riflessione sulla trasformazione del tessuto metropolitano, nell’ambito dell’invito rivolto al Comitato delle Fondazioni Italiane di arte contemporanea dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MIBACT a realizzare dei progetti sui temi della riqualificazione culturale delle periferie, della partecipazione e relazione tra giovani e arte contemporanea.

Il progetto menti locali, sviluppato dalla Fondazione Giuliani, prevede la collaborazione tra artisti visivi e scuole superiori volta al racconto e alla valorizzazione di storie, comunità e spazi che costituiscono il patrimonio offerto dalle periferie urbane. menti locali individua nella didattica un luogo privilegiato per costruire spazi di ricerca e diffusione della cultura contemporanea, e nella scuola un osservatorio sul territorio capace di ripensare la produzione e distribuzione delle esperienze estetiche.

 

In questa occasione la Fondazione Giuliani ha collaborato con il Liceo Scientifico e Linguistico Ettore Majorana di Spinaceto invitando gli artisti Luigi Coppola e Davide Franceschini a realizzare insieme agli studenti un progetto che partendo dall’esplorazione del territorio è terminato con la realizzazione di un’opera collettiva.

 

Ritorno a Spinaceto è il risultato di un dialogo che ha impegnato artisti, studenti e il quartiere dal mese di novembre 2016 a marzo 2017, culminato in una residenza di produzione di una settimana.

 

Nell’ambito di una serie di incontri a cadenza mensile gli studenti insieme agli artisti hanno lavorato alla mappatura del quartiere–realizzato nell’ambito del Piano Regolatore Generale a partire dal 1965–ricostruendone la storia per riscoprirne lo spirito utopico con cui era stato immaginato. I ragazzi hanno poi intervistato gli abitanti del quartiere per capirne le potenzialità e le mancanze. Infine, lavorando sul concetto di Utopia e sui testi di William Morris (1834–1896), designer tessile, artista e scrittore inglese, fondatore del movimento Arts & Crafts, gli studenti hanno immaginato una società che nel futuro potesse ritornare nel quartiere e rifondarlo su basi comunitarie e egualitarie. A partire da queste narrazioni ideate dagli studenti, sono stati elaborati due interventi artistici: uno nel parco campagna e uno nel centro che ospita la sede del municipio, luoghi che nel progetto originario di Spinaceto volevano indicare nella relazione tra natura e cultura una utopia realizzabile. Nel corso della settimana di residenza i ragazzi insieme agli artisti si sono presi cura di questi due luoghi degradati perché dimenticati, ma centrali per l’identità del quartiere. Li hanno puliti, curati e vi hanno realizzato due opere ambientali, che sono servite anche da sfondo per una serie di tableaux vivants in cui i ragazzi hanno interpretato una immaginaria società utopica del futuro.

 

La documentazione dell’intero progetto è stata presentata nell’ambito di due mostre: una prima tappa si è svolta presso le due sedi della scuola il 4 aprile e si è conclusa con la visita delle opere ambientali, introdotte dagli studenti. La seconda è uno sviluppo ulteriore

del progetto presso la Fondazione Giuliani, con interventi in situ che risemantizzano e raccontano l’intervento nel quartiere.

 

Menti locali: Ritorno a Spinaceto è un progetto prodotto da Fondazione Giuliani e MIBACT (Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane) a cura di Adrienne Drake e Cecilia Canziani, sviluppato e coordinato da Luigi Coppola e Davide Franceschini in collaborazione con gli studenti del Liceo Scientifico e Linguistico Ettore Majorana: Michele Amicarelli, Riccardo Barboni, Martina Bovi, Martina Cacciola, Elisa Carpentieri, Francesco Cerqua, Giulia Colamarrtino, Alice Donatone, Amir Elnahss, Edoardo Fedeli, Giorgia Frigeri, Francesco Grossholz, Gabriele Lalli, Gabriele Lausdei, Giorgia Liberati, Beatrice Maiolatesi, Andrea Marcellini, Emma Palombelli, Valerio Parente, Diego Picucci, Camilla Pozzi, Giulia Quaglieri, Giacomo Tacconi, Mattia Talarico, Federico Tallarico, Maria Tisano, Emilia Trombetta, e coordinato per il Liceo Majorana da Patrizia Bucciarelli e Daniela D’Alia.

 

http://ritornoaspinaceto.blogspot.it

 

Si ringraziano:

Liceo Scientifico e Linguistico Ettore Majorana, Tre Pini Garden S.r.l., Grafiche Giorgiani (Castiglione D’Otranto – LE), Associazione “Per la Strada” di Spinaceto, CSOA Auro e Marco, Aula Studio Spinacity.

 

 

Liceo Scientifico e Linguistico Ettore Majorana

Via Carlo Avolio, 111 – 00128 Roma

www.liceomajorana.gov.it

 

 

MIBACT

 

  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni

Stamen Papers

26 maggio > 22 luglio 2016

 

Nel suo lavoro Michael Dean adotta differenti mezzi espressivi, la scultura, la scrittura, la performance e la fotografia, spesso sviluppati e uniti all’interno di installazioni basate sui testi. Fulcro principale della sua ricerca è un’analisi visiva del linguaggio che deriva dalla tradizione della parola scritta. Molteplici configurazioni materiali si presentano come oggetti fisici dominati da un’apparente leggerezza che demistifica il peso e la natura grezza dei materiali utilizzati, quali il cemento e l’acciaio. La complessa spazialità dell’investigazione teorica e materica di Dean determina un’inestricabile relazione tra l’esperienza della mostra e lo spazio fisico.

 

Stamen Papers attinge dalla botanica (Lo stame è la parte che produce il polline di un fiore, costituita da un filamento e dall’antera) il significato e la struttura dell’installazione che Dean ha progettato appositamente per gli spazi della Fondazione Giuliani. Per Stamen Papers, la sua opera health (Working Title), realizzata in occasione della mostra personale presso l’Henry Moore Institute di Leeds nel 2012, è installata come un filamento con antera che rappresenta simbolicamente uno stame atto a diffondere gli scritti delle precedenti mostre di Dean.

 

The Pollen, un nuovo lavoro pubblicato in occasione di Stamen Papers, sarà a disposizione dei visitatori per portarne gradualmente via le pagine.

 

Il 12 maggio Michael Dean è stato selezionato tra i candidati per il Turner Prize 2016.

 

Michael Dean (nasce a Newcastle upon Tyne, 1977) vive e lavora a Londra. Per l’autunno 2016 è prevista la sua mostra personale presso il Nasher Sculpture Center di Dallas, Texas. Tra le sue principali mostre istituzionali si ricordano: Sic Glyphs, South London Gallery, Londra (2016); Qualities of Violence, de Appel arts centre, Amsterdam e Jumping Bones, Extra City Kunstal, Anversa (2015); HA HA HA HA HA HA, Kunst Forum Ludwig, Aquisgrana (2014), The Upper Room presso David Zwirner (con Fred Sandback), Londra (2014), Arnolfini, Bristol (2013), Cubitt, Londra (2012), Henry Moore Institute, Leeds (2012). Tra le mostre collettive: Albert the Kid Is Ghosting, The David Roberts Art Foundation, Londra, e Sculptures Also Die, CCC Strozzina, Firenze (2015), The Noing Uv It, Bergen Kunsthall, Bergen (2014), What is Real, The Hayward Gallery, Londra (2014), MIRRORCITY, The Hayward Gallery, Londra, e Manners of Matter, Salzburger Kunstverein, Salisburgo (2014), A History of Inspiration, Palais de Tokyo, Parigi (2013).

  • Jay Heikes & Michael StickrodFrog Prints, 2008
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jay HeikesThe Family Tree, 2003
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jay Heikes, Todd Norsten, Conny PurtillUfficio, 2015
  • Gedi SibonyFountain Feet, 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jay HeikesDaily Rituals (Tuesday), 2015
  • Jay HeikesOur Frankenstein (bottom), 2015
  • Todd NorstenHow to Compromise, 2015
  • Todd NorstenHow to Compromise (detail), 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Justin SchleppL'altro è anche un fuggiasco, 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Justin SchleppUntitled (detail), 2008 – 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jay HeikesOrigins of Smut, 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jay HeikesOur Frankenstein (top), 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Jessica Jackson HutchinsPainted with Starts, 2015
  • Jessica Jackson HutchinsPainted with Starts (detail), 2015
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • The Unknown ArtistEncore, 2014
  • Consequencesinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Conny PurtillThe Ground: Carl the Eagle, 2009

CONSEQUENCES

10 ottobre > 12 dicembre 2015

 

Un progetto di Jay Heikes con contributi di Felix Culpa, Jessica Jackson Hutchins, Ari Marcopoulos, Josiah McElheny, Todd Norsten, Conny Purtill, Justin Schlepp, Gedi Sibony, Michael Stickrod, The Unknown Artist e il fantasma di Lee Lozano.

 

“Consequences è un tentativo di mantenere un impulso di collaborazione artistica in atto. Alla fine, terribile come suonava il termine ‘collaborazione’ a causa del suo abuso e difetto, l’ho scartato sperando che la mostra riveli solo lo spazio rimasto: lo spazio esistente tra un piccolo gruppo di artisti infatuati l’uno dell’altro e che sospettano leggermente del mondo esterno. Quando stavo lavorando alle prime versioni della mostra, cercando un nuovo modo di cambiare l’abituale processo creativo, mi è venuto in mente il film Le Cinque Variazioni di Lars Von Trier. Nel modo in cui sviluppiamo e scivoliamo nei rituali ripetitivi che produce ogni linguaggio c’è il pericolo che diventi prevedibile e manieristico, anche per sé stessi. I surrealisti lo sapevano e provarono a contrastare questa noia inevitabile praticando un gioco da salotto che aveva lo stesso nome di questa mostra, Consequences. Come nell’esempio surrealista, attraverso il caso e una semplice piega, numerosi autori hanno esplorato quello che io vedo sempre più come base delle nostre riflessioni quotidiane: un mix di narrazioni personali, riferimenti stratificati ed emozioni fuse insieme.

 

Nel 2009, Conny Purtill mi parlò del suo desiderio di concepire un nuovo metodo di lavoro, descrivendolo come ‘inefficiente’. Con sorpresa, dovuta al fatto che sapevo quanto fosse efficiente come persona, capii che la sua intenzione era di trasformare il meccanismo di concezione dell’opera d’arte in una sfida che prima di tutto prevedesse la realizzazione di una ‘base’ per il lavoro di un altro artista. Canalizzando una particolare combinazione d’influenze, dall’esempio di Carl Andre a Donald Rumsfeld, i Grounds di Purtill erano destinati ad un preciso numero di artisti che in seguito accettarono il sotteso contratto. Fino ad oggi il risultato è stato bizzarro e in un certo senso intrappolato in un tempo che può definirsi ‘pressurizzato’. L’inizio della trattativa era segnato dall’arrivo, tramite posta, di una tela perfettamente imballata; dopo averla scartata, la superficie scoperta rivaleggiava in quanto a pregevolezza con il marmo, ottenuta dipingendo e levigando diversi strati di gesso, inchiostro indiano e grafite. La domanda successiva, che sono certo si sia posta ogni persona che abbia ricevuto una ‘base’, è: “Posso toccarla?”. La maggior parte lo ha fatto e le aggressioni e le tracce rimaste sulle basi sono state presentate solo due volte prima di questa mostra. In un certo senso, Consequences è come l’albero che sta ancora crescendo dai semi gettati da Conny e proprio per questa ragione gli ho chiesto di concepire insieme una mostra all’interno di una mostra strettamente dedicata ai suoi Grounds. Ci siamo quindi reciprocamente invitati e in seguito lui, come curatore, ha coinvolto sé stesso insieme a Todd Norsten, Felix Culpa, Josiah McElheny e Ari Marcopoulos.

 

Un altro principio organizzativo al quale s’ispira la mostra proviene dalla lettura del libro Afterall, dedicato al lavoro Dropout Piece di Lee Lozano e dall’incontro con l’autrice del testo, Sarah Lehrer-Graiwer, che mi ha parlato del suo studio dedicato ai lavori di Lozano di difficile formalizzazione. Sono rimasto colpito dal fatto che Dropout Piece sarebbe potuta non essere affatto un’opera Lee Lozano ma piuttosto una sfida o una proposta rivolta ad una generazione di artisti che potrebbero riprendere il controllo delle proprie azioni o, come minimo, morire provando. L’approssimazione dei parametri mi ha portato in primo luogo a riflettere su come stessi rifabbricando gli elementi e gli strumenti per cambiare il mio lavoro, che esso fosse ancora un modo per cambiarne il processo e, come Lozano, che gli strumenti e il processo diventino ogni cosa da cui valga la pena essere ossessionati. Io sono un artista ‘da studio’ nel senso pieno della routine quotidiana e dei suoi movimenti ripetitivi che mi porta ad una follia tale che includere il Fantasma di Lee Lozano è un tributo a un artista la cui memoria influenza la forma di qualunque cosa riguardi questa mostra; un equivoco irriverente che potrebbe essere basato più su uno scherzo che su altro.

 

Come ogni mostra ha il suo racconto, questo comincia con qualcuno che si è arrabbiato con me, conseguenze che forse sono adatte a una mostra che ha questo titolo. Dopo aver già organizzato un ciclo di mostre, dal 2012 al 2014, intitolato Trieste, insieme ad un gruppo di artisti sulla stessa lunghezza d’onda, sono entusiasta che la sua evoluzione sia stata più difficile da gestire e i risultati più soddisfacenti, provocatori e problematici. In alcuni casi, in particolare con Jessica Jackson Hutchins, Justin Schlepp e Gedi Sibony, durante l’organizzazione, ho compreso che c’è un momento in cui un singolo artista può scavalcare le intenzioni collaborative, prendendo posizione, dando origine a una sorta di autorialità esclusiva. Questa potrebbe essere da sola la riflessione più preziosa da trarre da un’esperienza che ha comportato un anno speso in comiche interazioni, oscillante tra l’acquisto di un gabinetto esterno e di un tavolo da pic nic ad uso telepatico, rane in Danimarca, una scatola piena di cartone e legno, uno sgabello con qualcosa da insegnarci e il rendersi conto che tracciamo l’un l’altro un anormale albero genealogico. Tutti gli artisti che sono stati al gioco, accettando una serie di condizioni affatto ideali, Jessica Jackson Hutchins, Gedi Sibony, Todd Norsten, Michael Stickrod, The Unknown Artist, Conny Purtill, Justin Schlepp, Felix Culpa, Josiah McElheny, Ari Marcopoulos e il fantasma di Lee Lozano, hanno inconsapevolmente creato insieme un giardino, un giardino in stile molto americano: ubriaco, sciocco, colorato e di gusto marginale.”

 

- Jay Heikes

  • Beauty Codes (order/disorder/chaos) Act IIinstallation view at #kunsthallelissabon, Lisbon, 2015, photo Bruno Lopes
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos) Act IIinstallation view at #kunsthallelissabon, Lisbon, 2015, photo Bruno Lopes
  • Lili Reynaud-DewarWhy should our bodies end at the skin, 2012, photo Bruno Lopes
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos) Act IIinstallation view at #kunsthallelissabon, Lisbon, 2015, photo Bruno Lopes
  • Haris EpaminondaUntitled #03 tf, 2014, photo Bruno Lopes
  • André RomãoNotes on the history of violence (ghost version), 2015, photo Bruno Lopes
  • Jacopo MilianiFax and Rope, 2014, photo Bruno Lopes
  • André RomãoSleep, 2015, photo Bruno Lopes
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos) Act IIinstallation view at #kunsthallelissabon, Lisbon, 2015, photo Bruno Lopes
  • Haris EpaminondaUntitled #11 tf, 2014, photo Bruno Lopes
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos) Act IIinstallation view at #kunsthallelissabon, Lisbon, 2015, photo Bruno Lopes
  • Luca FrancesconiCreationism, 2015, photo Bruno Lopes

Beauty Codes a Kunsthalle Lissabon

27 luglio > 26 settembre 2015

 

Un progetto ideato da CURA., Roma, Fondazione Giuliani, Roma e #kunsthallelissabon, Lisbona

 

ATTO II
#kunsthallelissabon, Lisbona

con Lili Reynaud-Dewar, Haris Epaminonda, Luca Francesconi, Jacopo Miliani, André Romão, Daniel Steegmann Mangrané

At the origin of modern thought there is a contrast between order and disorder, “contrasting impulses and tendencies, the modular combination of which produces in every epoch the work of art.” Taking Friedrich Nietzsche’s The Birth of Tragedy as a point of reference, the exhibition Beauty Codes (order/disorder/chaos), is a collaborative project between three international art spaces, CURA., Fondazione Giuliani and #kunsthallelissabon, which unfolds over a six-month period, in three consecutive legs. Loosely constructed around the narrative codes of Greek Tragedy, the exhibition begins with a single voice, then shifts – through the work of twelve international artists – to a gradual process of layering and accumulation, which disrupts the original order with multiple viewpoints, fractured boundaries and subverted roles, finally transitioning to a subsequent subtraction with a new set of objects and traces of previous actions. The complete exhibition cycle is a trajectory from a state of order and harmony, to disorder and chaos, leading to the formation of a new order and quietude.
The project’s Prologue took place in CURA. with the installation Why Should Our Bodies End At The Skin? (2012) by Lili Reynaud-Dewar, a work which serves as the link between the three parts of a play performed on three separate stages, and which was present in a different form in Act I, the group exhibition at Fondazione Giuliani, which also included works by Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh and Daniel Steegmann Mangrané.

Besides Lili Reynaud-Dewar, #kunsthallelissabon’s Act II of Beauty Codes will feature works by Haris Epaminonda, Luca Francesconi, Jacopo Miliani, André Romão and Daniel Steegmann Mangrané.

#kunsthallelissabon is generously supported by Secretaria de Estado da Cultura/Direção Geral das Artes (DGArtes), Teixeira de Freitas, Rodrigues e Associados and by EDP Foundation.

  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Daniel Steegmann Mangranè/ (- \, 2013 (Inês & Josè Pereira de Jesus. Courtesy the artist and Múrias Centeno, Porto-Lisboa)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giovanni Panebianco
  • Haris Epaminonda Untitled, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Alexandre SinghDandy, 2013 (Raffaella e Stefano Sciarretta's Collection, Nomas Foundation, Rome)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giovanni Panebianco
  • Haris Epaminonda Untitled #11 t/b, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Alexandre SinghBullen, 2013 (Courtesy Jacaranda Caracciolo Collection, Rome)
  • Amalia PicaA∩B∩C (line), 2013 (Courtesy Coll. Fundação de Serralves – Museum of Contemporary Art, Porto, Portugal. Aquisition in 2013)
  • Amalia PicaA∩B∩C (line), 2013 (Courtesy Coll. Fundação de Serralves – Museum of Contemporary Art, Porto, Portugal. Aquisition in 2013) photo Giovanni Panebianco
  • Pablo BronsteinYoung man spills cremated remains onto the floor I, 2012 (Courtesy the artist and Galleria Franco Noero, Turin)
  • Fischli and WeissThe Way Things Go, 1987 (© Peter Fischli David Weiss Zürich | Courtesy SprüthMagers Berlin and London; Matthew Marks Gallery New York and Los Angeles; Galerie Eva Presenhuber, Zürich)
  • Haris EpaminondaUntitled #19 t/f, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Alexandre SinghStrumpet, 2013 (Courtesy Giuliani Collection, Rome)
  • Pedro BarateiroIs it by Mistake or Design?, 2015 (Courtesy of the artist)
  • Pedro BarateiroIs it by Mistake or Design?, 2015 (detail)
  • Lili Reynaud DewarWhy should our bodies end at the skin, 2012 (Courtesy Galerie Emanuel Layr, Vienna)

Beauty Codes (order/disorder/chaos)

22 maggio > 17 luglio 2015

 

Un progetto ideato da CURA., Roma, Fondazione Giuliani, Roma e #kunsthallelissabon, Lisbona

 

ATTO I
Fondazione Giuliani, Roma

con Lili Reynaud-Dewar, Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh, Daniel Steegmann Mangrané

 

All’origine del pensiero moderno si configura la contrapposizione tra ordine e disordine, “impulsi e tendenze antitetici dalla cui modulabile combinazione scaturisce in ogni tempo l’opera d’arte”. Partendo dallo schematico binomio elaborato da Friedrich Nietzsche ne La Nascita della tragedia, la mostra Beauty Codes (order/disorder/chaos) nasce dal lavoro congiunto di tre spazi internazionali, CURA., Fondazione Giuliani e #kunsthallelissabon e si sviluppa nell’arco di sei mesi in tre tappe successive.

 

Liberamente concepito secondo i codici narrativi della tragedia greca, Beauty Codes si apre con una voce singola e si evolve in un graduale processo di stratificazione e accumulazione che sconvolge l’ordine originario frammentandolo in molteplici punti di vista, confini distrutti e ruoli sconvolti. Alla fine, al caos segue una fase di sottrazione caratterizzata da una nuova configurazione degli oggetti e tracce rimaste delle azioni precedenti. L’intero ciclo espositivo si origina nell’ordine e nell’armonia, scorre attraverso il disordine e il caos e giunge alla creazione di una nuova condizione di quiete.

 

Il progetto è iniziato presso CURA.BASEMENT con l’installazione Why Should Our Bodies End At The Skin? (2012) di Lili Reynaud-Dewar, un lavoro che funziona come collegamento dei tre atti della piéce messa in scena su tre distinti stage e che sarà presentata in forma diversa  presso la Fondazione Giuliani. Come nella tradizione classica, la voce narrante è chiamata ad annunciare l’azione scenica prima del suo vero e proprio inizio, a spiegare gli avvenimenti e le conseguenti azioni che causano il capovolgimento dei ruoli, la moltiplicazione di forme e prospettive, il disordine e infine il ristabilirsi (in modo mai ordinato) dell’assetto precedente.

 

Il lavoro di Reynaud-Dewar, incentrato sul rapporto tra corpo, linguaggio, letteratura e identità, è parte della mise en scéne della mostra, il deus ex machina di antica memoria, la voce narrante che accompagna il complesso svolgersi dell’intera performance.
L’opera / (- \ (2013) di Daniel Steegmann Mangrané annuncia l’iniziare dell’Atto I alla Fondazione Giuliani. Varcando la soglia dello spazio espositivo lo spettatore passa attraverso quattro tende di alluminio, come se percorresse il proscenio di un palco. Questa delimitazione relazionale di spazio e movimento confonde la distinzione tra palcoscenico e pubblico, tra attore e spettatore, e anticipa ciò che sta per accadere.

 

Dopo aver percorso il proscenio, lo spettatore si ritrova al centro della scena, osservatore e partecipante, in una giustapposizione di differenti pratiche artistiche e configurazioni. I lavori di Haris Epaminonda scandiscono lo spazio espositivo come note di una composizione spaziale e concentrano la scena dell’azione mentre demoliscono le tradizionali modalità del display di una mostra. Lo spazio dell’azione è osservato dai busti in bronzo di Bullen, Dandy e Strumpet (tutto il 2013), i personaggi di The Humans di Alexandre Singh, una commedia in tre atti basata sul tema dell’introduzione del caos in un cosmo che altrimenti sarebbe ordinato e modellata sulle opere di Aristofane.

 

Al posto di realizzare una singola logica narrativa, l’Atto I costruisce una giustapposizione disordinata delle opere in cui differenti tipologie di narrazione si legano e s’intersecano liberamente per generare una sovrapposizione di trame. Qualunque traiettoria lineare è ulteriormente smantellata da una stratificazione di interventi, un contemporaneo attuarsi di perfomance che riconsiderano il ruolo degli attori e degli spettatori. I lavori di Amalia Pica, Pedro Barateiro, e Jacopo Miliani riconfigurano lo spazio con sculture in atto. Con Plans for the Construction of Paradise (2010-2013), Barateiro rompe la divisione tra autore e spettatore attraverso l’interazione con il pubblico e l’attivazione del tradizionale ruolo passivo dello spettatore. Un’allusione ai giochi, ai rituali e ai rompicapo, le miriadi di possibili configurazioni astratte di un’opera dialogano indirettamente con il lavoro ABC (line) (2013) di Amalia Pica. Sia installazione che performance, l’opera è attivata dalla continua riconfigurazione delle diverse forme in Perspex, metafora dei differenti significati, funzioni e interpretazioni della comunicazione individuale e collettiva. Nei lavori di Jacopo Miliani, la cui ricerca si pone principalmente come investigazione sulla teatralità, le sculture diventano corpi in movimento. Attraverso azioni minime, gesti raffinati e materiali semplici, gli spazi della Fondazione diventano il luogo dove il caos prende forma e lascia le sue tracce.

 

Nel video di Pablo Bronstein, Young man spills cremated remains onto the floor I (2012), presentato per la prima volta al pubblico, una mise-en-scène fortemente stilizzata raffigura un personaggio maschile la cui teatralità lo sospende tra la rappresentazione di una classica scultura greca e un cortigiano barocco. Infine, il film iconico di Fischli / Weiss, Der Lauf der Dinge (1987), trasforma oggetti quotidiani in agenti di movimento. Un percorso di azioni e conseguenze, momenti precari di equilibrio e stabilità, trasmutazione e collasso, la connessione tra causa ed effetto induce lo spettatore a interrogativi metafisici sul mondo, sul modo in cui le ‘cose’ vanno avanti.


Prologo
CURA. Roma
dal 28 aprile al 31 maggio, 2015
con Lili Reynaud-Dewar


Atto I
Fondazione Giuliani, Roma
dal 22 maggio al 17 luglio 2015
con Lili Reynaud-Dewar, Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh, Daniel Steegmann Mangrané


Atto II
#kunsthallelissabon, Lisbona
inaugurazione lunedì 27 luglio
dal 28 luglio al 23 ottobre 2015
con Lili Reynaud-Dewar, Haris Epaminonda, Luca Francesconi, Jacopo Miliani, André Romão, Daniel Steegmann Mangrané

 

Con il sostegno di Bioera

  • Lili Reynaud-DewarWhy Should Our Bodies End At The Skin?, 2012. Courtesy the artist and Galerie Emanuel Layr. Photos: Roberto Apa
  • Lili Reynaud-DewarWhy Should Our Bodies End At The Skin?, 2012. Courtesy the artist and Galerie Emanuel Layr. Photos: Roberto Apa
  • Lili Reynaud-DewarWhy Should Our Bodies End At The Skin?, 2012. Courtesy the artist and Galerie Emanuel Layr. Photos: Roberto Apa
  • Lili Reynaud-DewarWhy Should Our Bodies End At The Skin?, 2012. Courtesy the artist and Galerie Emanuel Layr. Photos: Roberto Apa
  • Lili Reynaud-DewarWhy Should Our Bodies End At The Skin?, 2012. Courtesy the artist and Galerie Emanuel Layr. Photos: Roberto Apa

Beauty Codes a Cura.Basement Rome


BEAUTY CODES
(order/disorder/chaos)

 

Un progetto ideato e curato da


CURA.BASEMENT Roma
Fondazione Giuliani Roma
#kunsthallelissabon Lisbona

 

All’origine del pensiero moderno si configura la contrapposizione tra ordine e disordine, “impulsi e tendenze antitetici, dalla cui modulabile combinazione scaturisce in ogni tempo l’opera d’arte”. Partendo dallo schematico binomio elaborato da Friedrich Nietzsche ne La Nascita della tragedia, la mostra Beauty Codes (order/disorder/chaos), nata dal lavoro congiunto di tre spazi internazionali – CURA.BASEMENT Roma, Fondazione Giuliani Roma, #kunsthallelissabon Lisbona – si sviluppa, nell’arco di sei mesi, in tre tappe successive, ripercorrendo attraverso un graduale processo di stratificazione, accumulazione e successiva sottrazione, un percorso di ricerca legato al passaggio da una condizione di ordine e armonia a quella del caos, attraverso una fase in cui il lavoro di dodici artisti internazionali scompone l’assetto originario, moltiplica i punti di vista, allenta i confini dell’opera, sovverte i ruoli e dà vita infine a un nuovo ordine, a un nuovo assetto di oggetti e tracce delle precedenti azioni.


PROLOGO

CURA.BASEMENT Roma
Lili Reynaud-Dewar

 

Il lavoro Why should our bodies end at the skin? (2012) dell’artista francese Lili Reynaud-Dewar rappresenta il trait d’union di una pièce articolata in tre atti e stage distinti, quando in uno stato di ordine, armonia e quiete, il narratore-autore preannuncia il climax degli eventi successivi. Come all’interno della tradizione classica, la voce narrante è qui chiamata a introdurre l’azione scenica prima del suo vero e proprio inizio, a raccontare gli avvenimenti e le conseguenti azioni che, attraverso un percorso asistematico, arrivavano alla perdita di controllo, al capovolgimento dei ruoli, al disordine, alla moltiplicazione di forme e prospettive e infine alla ricomposizione (mai ordinata) dell’assetto precedente.
Il lavoro di Lili Reynaud-Dewar da sempre incentrato sul rapporto tra corpo, linguaggio, letteratura e identità costituisce nell’ambito della mise en scéne della mostra il deus ex machina di antica memoria, la voce narrante che accompagna il complesso svolgersi dell’intera performance. Esordisce con un assolo rivolto direttamente al pubblico in cui introduce il susseguirsi di future vicende:


Perché la pelle rappresenta la parte finale dei nostri corpi?

 

La video-performance, ambientata nell’anfiteatro romano di Arles, porta l’artista a elaborare una diversa riflessione sul corpo umano. Pur afferendo nel compiersi dell’azione alla tradizione classica, volta alla proporzione armonica e formale del corpus scultoreo, l’artista parla qui di oggetti reiterati, contravvenendo proprio a quella tradizione e annunciando, nel compromettere l’ordine stabilito, gli eventi successivi:


Penso che queste figure convulse, con le loro pose abbastanza demenziali, siano una specie di fantasia, per cui tali figure molto formali potrebbero di colpo iniziare a muoversi di loro iniziativa, emancipate dal loro ruolo nella società, e diventare trasgressive
(L.R.D.).

 

Una performance in potenza, dunque, in procinto di muoversi, danzare, ribellarsi alla misura statica che viene imposta loro. Altresì il fatto che la scena si svolga nella zona del teatro normalmente destinata al pubblico, preannuncia un sovvertimento di regole e ruoli.

 

Gli oggetti reiterati, le parti del corpo, escono dalla narrazione e si palesano nello spazio espositivo. Essi stessi, così come il suono, diventano scultura, protagonisti già di nuovi scenari. Nuovi attori, protagonisti di altri palcoscenici. La riproduzione, nello spazio reale, della forma ormai compiuta dell’oggetto scolpito, osservato altresì nel suo farsi, porta in scena un topos della storia dell’arte, quello della rappresentazione nella stessa scena dei tempi consecutivi della medesima narrazione. Ma altresì rapportato alla finzione del tempo rappreso, il prima e il dopo della stessa azione.

 

 

ATTO I

Fondazione Giuliani, Roma
opening 21 maggio
fino al 17 luglio

Lili Reynaud-Dewar, Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh, Daniel Steegmann Mangrané


ATTO II

#kunsthallelissabon Lisbona
opening 27 luglio
fino a 17 ottobre

Lili Reynaud-Dewar, Haris Epaminonda, Luca Francesconi, Jacopo Miliani,
André Romão, Daniel Steegmann Mangrané