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  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Daniel Steegmann Mangranè/ (- \, 2013 (Inês & Josè Pereira de Jesus. Courtesy the artist and Múrias Centeno, Porto-Lisboa)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giovanni Panebianco
  • Haris Epaminonda Untitled, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Alexandre SinghDandy, 2013 (Raffaella e Stefano Sciarretta's Collection, Nomas Foundation, Rome)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giovanni Panebianco
  • Haris Epaminonda Untitled #11 t/b, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Beauty Codes (order/disorder/chaos)installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Alexandre SinghBullen, 2013 (Courtesy Jacaranda Caracciolo Collection, Rome)
  • Amalia PicaA∩B∩C (line), 2013 (Courtesy Coll. Fundação de Serralves – Museum of Contemporary Art, Porto, Portugal. Aquisition in 2013)
  • Amalia PicaA∩B∩C (line), 2013 (Courtesy Coll. Fundação de Serralves – Museum of Contemporary Art, Porto, Portugal. Aquisition in 2013) photo Giovanni Panebianco
  • Pablo BronsteinYoung man spills cremated remains onto the floor I, 2012 (Courtesy the artist and Galleria Franco Noero, Turin)
  • Fischli and WeissThe Way Things Go, 1987 (© Peter Fischli David Weiss Zürich | Courtesy SprüthMagers Berlin and London; Matthew Marks Gallery New York and Los Angeles; Galerie Eva Presenhuber, Zürich)
  • Haris EpaminondaUntitled #19 t/f, 2014 (Courtesy Galleria Massimo Minini and the artist)
  • Alexandre SinghStrumpet, 2013 (Courtesy Giuliani Collection, Rome)
  • Pedro BarateiroIs it by Mistake or Design?, 2015 (Courtesy of the artist)
  • Pedro BarateiroIs it by Mistake or Design?, 2015 (detail)
  • Lili Reynaud DewarWhy should our bodies end at the skin, 2012 (Courtesy Galerie Emanuel Layr, Vienna)

Beauty Codes (order/disorder/chaos)

22 maggio > 17 luglio 2015

 

Un progetto ideato da CURA., Roma, Fondazione Giuliani, Roma e #kunsthallelissabon, Lisbona

 

ATTO I
Fondazione Giuliani, Roma

con Lili Reynaud-Dewar, Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh, Daniel Steegmann Mangrané

 

dal 22 maggio al 17 luglio 2015

 

All’origine del pensiero moderno si configura la contrapposizione tra ordine e disordine, “impulsi e tendenze antitetici dalla cui modulabile combinazione scaturisce in ogni tempo l’opera d’arte”. Partendo dallo schematico binomio elaborato da Friedrich Nietzsche ne La Nascita della tragedia, la mostra Beauty Codes (order/disorder/chaos) nasce dal lavoro congiunto di tre spazi internazionali, CURA., Fondazione Giuliani e #kunsthallelissabon e si sviluppa nell’arco di sei mesi in tre tappe successive.

 

Liberamente concepito secondo i codici narrativi della tragedia greca, Beauty Codes si apre con una voce singola e si evolve in un graduale processo di stratificazione e accumulazione che sconvolge l’ordine originario frammentandolo in molteplici punti di vista, confini distrutti e ruoli sconvolti. Alla fine, al caos segue una fase di sottrazione caratterizzata da una nuova configurazione degli oggetti e tracce rimaste delle azioni precedenti. L’intero ciclo espositivo si origina nell’ordine e nell’armonia, scorre attraverso il disordine e il caos e giunge alla creazione di una nuova condizione di quiete.

 

Il progetto è iniziato presso CURA.BASEMENT con l’installazione Why Should Our Bodies End At The Skin? (2012) di Lili Reynaud-Dewar, un lavoro che funziona come collegamento dei tre atti della piéce messa in scena su tre distinti stage e che sarà presentata in forma diversa  presso la Fondazione Giuliani. Come nella tradizione classica, la voce narrante è chiamata ad annunciare l’azione scenica prima del suo vero e proprio inizio, a spiegare gli avvenimenti e le conseguenti azioni che causano il capovolgimento dei ruoli, la moltiplicazione di forme e prospettive, il disordine e infine il ristabilirsi (in modo mai ordinato) dell’assetto precedente.

 

Il lavoro di Reynaud-Dewar, incentrato sul rapporto tra corpo, linguaggio, letteratura e identità, è parte della mise en scéne della mostra, il deus ex machina di antica memoria, la voce narrante che accompagna il complesso svolgersi dell’intera performance.
L’opera / (- \ (2013) di Daniel Steegmann Mangrané annuncia l’iniziare dell’Atto I alla Fondazione Giuliani. Varcando la soglia dello spazio espositivo lo spettatore passa attraverso quattro tende di alluminio, come se percorresse il proscenio di un palco. Questa delimitazione relazionale di spazio e movimento confonde la distinzione tra palcoscenico e pubblico, tra attore e spettatore, e anticipa ciò che sta per accadere.

 

Dopo aver percorso il proscenio, lo spettatore si ritrova al centro della scena, osservatore e partecipante, in una giustapposizione di differenti pratiche artistiche e configurazioni. I lavori di Haris Epaminonda scandiscono lo spazio espositivo come note di una composizione spaziale e concentrano la scena dell’azione mentre demoliscono le tradizionali modalità del display di una mostra. Lo spazio dell’azione è osservato dai busti in bronzo di Bullen, Dandy e Strumpet (tutto il 2013), i personaggi di The Humans di Alexandre Singh, una commedia in tre atti basata sul tema dell’introduzione del caos in un cosmo che altrimenti sarebbe ordinato e modellata sulle opere di Aristofane.

 

Al posto di realizzare una singola logica narrativa, l’Atto I costruisce una giustapposizione disordinata delle opere in cui differenti tipologie di narrazione si legano e s’intersecano liberamente per generare una sovrapposizione di trame. Qualunque traiettoria lineare è ulteriormente smantellata da una stratificazione di interventi, un contemporaneo attuarsi di perfomance che riconsiderano il ruolo degli attori e degli spettatori. I lavori di Amalia Pica, Pedro Barateiro, e Jacopo Miliani riconfigurano lo spazio con sculture in atto. Con Plans for the Construction of Paradise (2010-2013), Barateiro rompe la divisione tra autore e spettatore attraverso l’interazione con il pubblico e l’attivazione del tradizionale ruolo passivo dello spettatore. Un’allusione ai giochi, ai rituali e ai rompicapo, le miriadi di possibili configurazioni astratte di un’opera dialogano indirettamente con il lavoro ABC (line) (2013) di Amalia Pica. Sia installazione che performance, l’opera è attivata dalla continua riconfigurazione delle diverse forme in Perspex, metafora dei differenti significati, funzioni e interpretazioni della comunicazione individuale e collettiva. Nei lavori di Jacopo Miliani, la cui ricerca si pone principalmente come investigazione sulla teatralità, le sculture diventano corpi in movimento. Attraverso azioni minime, gesti raffinati e materiali semplici, gli spazi della Fondazione diventano il luogo dove il caos prende forma e lascia le sue tracce.

 

Nel video di Pablo Bronstein, Young man spills cremated remains onto the floor I (2012), presentato per la prima volta al pubblico, una mise-en-scène fortemente stilizzata raffigura un personaggio maschile la cui teatralità lo sospende tra la rappresentazione di una classica scultura greca e un cortigiano barocco. Infine, il film iconico di Fischli / Weiss, Der Lauf der Dinge (1987), trasforma oggetti quotidiani in agenti di movimento. Un percorso di azioni e conseguenze, momenti precari di equilibrio e stabilità, trasmutazione e collasso, la connessione tra causa ed effetto induce lo spettatore a interrogativi metafisici sul mondo, sul modo in cui le ‘cose’ vanno avanti.


Prologo
CURA. Roma
dal 28 aprile al 31 maggio, 2015
con Lili Reynaud-Dewar


Atto I
Fondazione Giuliani, Roma
dal 22 maggio al 17 luglio 2015
con Lili Reynaud-Dewar, Pedro Barateiro, Pablo Bronstein, Haris Epaminonda, Fischli/Weiss, Jacopo Miliani, Amalia Pica, Alexandre Singh, Daniel Steegmann Mangrané


Atto II
#kunsthallelissabon, Lisbona
inaugurazione lunedì 27 luglio
dal 28 luglio al 23 ottobre 2015
con Lili Reynaud-Dewar, Haris Epaminonda, Luca Francesconi, Jacopo Miliani, André Romão, Daniel Steegmann Mangrané

 

Con il sostegno di Bioera

  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Giorgio Andreotta CalòClessidra (U), 2013
  • Becky BeasleyPlank III (Covering Ground), 2008
  • Becky BeasleyFigure (Part 2), 2008
  • Wolfgang BerkowskiThis is how you disappear/Grid) Case Study IV, 2013
  • Wolfgang BerkowskiModels for Inflatable Cages, 2004/2013
  • Stefan BrüggemannSeven Reversed Mirrors, 2010
  • Manfred PerniceUntitled (AVA), 2008
  • Gianni PiacentinoDark Red-Purple Small Pole III, 1966
  • Giulia PiscitelliPlessimetro, 2009
  • Heather RoweUntitled, 2009
  • Nora SchultzModel for Underground Airport (After Vantongerloo), 2010
  • Alexandre SinghConcerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting, 2010

Despite Our Differences

8 ottobre > 14 dicembre 2013

 

Despite Our Differences

 

a cura di Adrienne Drake

 

con Giorgio Andreotta Calò, Becky Beasley, Wolfgang Berkowski, Stefan Bruggemann, Manfred Pernice, Gianni Piacentino, Giulia Piscitelli, Heather Rowe, Nora Schultz, Alexandre Singh

 

8 ottobre al 14 dicembre 2013

 

dal martedì a sabato dalle 14.00 alle 19.00

 

Fondazione Hippocrene
12, rue Mallet-Stevens
Parigi

 

Despite Our Differences presenta una selezione di opere appartenenti alla Collezione Giuliani, insieme a un lavoro site-specific realizzato appositamente per la mostra. Piuttosto che sposare i lavori con un tema dominante, la mostra si allontana da una logica fissa, fedele alla natura ibrida della Collezione e immaginata come una costellazione di idee collegate in cui micro-conversazioni tra le opere illustrano narrazioni intrecciate e proprietà interrelazionali.

 

Alcuni lavori reagiscono allo spazio, sensibili ai diversi aspetti della struttura dell’edificio: superficie, scala dimensionale e punto di vista. Il lavoro di Wolfgang Berkowski, This is how you disappear/Grid) Case Study IV (2013), s’insinua direttamente nell’architettura esistente, della quale indaga la capacità di modellare la rappresentazione e l’esperienza dell’arte. Il suo Models for Inflatable Cages (2004/2013) scandisce e limita i movimenti del pubblico, sollecitando una discussione sulla sua assoluta esistenza: l’opera e lo spettatore sono posti l’uno contro l’altro. Al contrario, Untitled (AVA) (2008) di Manfred Pernice, allontana il pubblico dalla superficie e lo posiziona proprio al centro dello spazio espositivo, libero di muoversi intorno all’opera. Questo monumento composto da elementi di legno ad incastro, frammenti architettonici e una disparata raccolta di scarti di consumo – un pacchetto di sigarette vuoto, piatti, l’involucro di un hamburger di McDonald – celebra momenti quotidiani dimenticati. La disposizione architettonica di Untitled (AVA) agisce come contrappunto alla forma naturale di  Clessidra (U) (2013) di Giorgio Andreotta Calò, una scultura in bronzo, derivante dal calco di un ormeggio deteriorato trovato nella laguna di Venezia. Nel corso degli anni, la marea e l’acqua salata hanno trasformato questo palo in un grezzo e fantastico monumento al tempo.

 

Le sculture anti-monumentali di Nora Schultz sono solitamente realizzate con materiale industriale trovato, residui abbandonati della contemporaneità, estrapolati dal loro contesto originario e riassemblati dall’artista. Questa candida materialità imbeve le sue opere dell’immediatezza del presente. Il lavoro Model for Underground Airport (After Vantongerloo) (2010) attiva la traiettoria dello spettatore mentre cammina. In modo simile, Gianni Piacentino si confronta con le convenzioni dello spazio sovrastandolo con Dark Red-Purple Small Pole III (1966). Questo lavoro dimostra la costante indagine dell’artista nella ricerca cromatica, qualità artistica e ambiguità della forma nello spazio e preme i confini della scultura e del design in contrasto con il materiale grezzo di Schultz.

 

Questi confini sono affrontati da altre opere in mostra in una dinamica interazione tra media differenti ed esame della forma. In Concerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting (2010), Alexandre Singh immagina una cronistoria dell’arte moderna come se la seconda legge della termodinamica fosse stata invertita, se invece di un movimento verso il disordine ci fosse una tendenza verso l’ordine. La storia che viene alla luce appare come un intricato diagramma che lega insieme realtà e finzione. Singh interroga narrazione storica e rappresentazione e mostra modi in cui il linguaggio e le idee possono mutare e cambiare nel tempo; posiziona il disegno non solo come gesto fisico, ma come un condotto per composizioni che suggeriscono possibili interpretazioni e processi di connessione.

 

Il lavoro di Becky Beasley si muove tra scultura e fotografia attraverso un’esplorazione delle relazioni tra immagine e oggetto, corpo e interiorità. Le due opere in mostra, la fotografia Figure (Part 2) (2008) e la scultura Plank III (Covering Ground) (2008), sottolineano l’interrogarsi dell’artista sul modo in cui immagine, oggetto e linguaggio operano in relazione tra loro. Heather Rowe indaga l’area della scultura, dell’architettura e dell’installazione; gioca su spazi in transizione e impiega strategie che alludono allo spazio dei modelli architettonici anche se il suo uso della scala dimensionale e dei materiali invita a una relazione uno a uno con lo spettatore. In Untitled ( 2009), vetro scuro e specchi angolati riflettono e distorcono il corpo mentre lo spettatore si muove nello spazio espositivo. C’è solo un riflesso oscurato, una rappresentazione fratturata, che allude alla paura sublimale della frammentazione dell’io. Il corpo è anche il soggetto del video in bianco e nero, Plessimetro (2009),di Giulia Piscitelli in cui figure indistinte, come fantasmi, provano a muoversi all’unisono a un ritmo costante e ripetitivo. Piscitelli studia il quotidiano individuale e collettivo in modo da decifrare il soggetto attraverso l’esplorazione dell’identità e della persona. Con il suo Seven Reversed Mirrors (2010), Stefan Brüggemann nega allo spettatore il riconoscimento del corpo. Gli specchi sono privati della loro funzione originaria e rivolti verso il muro così che nulla possa esservi riflesso – nessuna immagine, nessuna idea. Invertendo lo specchio, l’artista nega la relazione tra l’arte e lo spettatore, l’arte e la realtà.

 

La Fondazione Hippocrene è una fondazione indipendente, no-profit, la cui missione principale è quella di contribuire al rafforzamento della coesione tra i giovani europei; contribuisce a “Living Europe”, fornendo sostegno finanziario ad iniziative culturali, educative e umanitarie. Da ottobre 2002, la fondazione presenta mostre d’arte intitolate Propos d’Europe che hanno lo scopo di porre i riflettori sulla scena artistica di un paese e sulle ricchezze e sulle diversità culturali dell’Europa, presentando le opere di artisti che vivono in diversi stati del continente, il cui lavoro è nutrito sia dalla cultura del proprio paese che da quella europea.

 

La fondazione ha anche dato vita al “Hippocrene Prize for Education about Europe”, che vede la sua prima edizione nel 2010, in collaborazione con l’Accademia di Parigi e con il sostegno della Maison de l’Europe di Parigi e l’European Association of Education (AEDE). Dal 2012, il premio è stato promosso a livello nazionale, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e l’agenzia Europe-Education-Formation-France. Nel 2013, la fondazione ha inoltre organizzato il Premio Parigi-Berlino in collaborazione con la Fondazione Allianz, le autorità educative di Parigi e Berlino e con il sostegno della OFAJ, per celebrare l’anniversario del Trattato dell’Eliseo.