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  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018 Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.
  • Fredrik Værslev, TAN LINES, installation view presso Fondazione Giuliani, 2018Courtesy: l'artista; Andrew Kreps Gallery, New York; Gió Marconi, Milano e STANDARD (OSLO), Oslo; Foto: Roberto Apa.

Tan Lines

OTTOBRE > DICEMBRE 2018

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare Tan Lines, la mostra personale dell’artista norvegese Fredrik Værslev. Il lavoro di Fredrik Værslev è una riflessione sulla pittura intesa come risultato di un processo creativo dominato dalla tensione tra attenta programmazione e casualità. Interessato a ribaltare definizioni, convinzioni e limiti del medium pittorico, la genesi delle sue tele in larga scala è il risultato di un perpetuo incontro/scontro tra controllo e caso. Dopo aver progettato e realizzato un’opera con rigore scientifico, spesso la altera con l’intervento di circostanze fortuite (esponendola agli agenti atmosferici, lasciandola nella natura o in luoghi pubblici della città) o chiede agli amici di modificarla liberamente e completarla, portando agli estremi l’idea di appropriazione. Grazie a questi processi la realtà si deposita fisicamente sulla superficie della tela, entrando a far parte di una composizione astratta dove campiture di colore e pattern dialogano con un linguaggio fatto di numeri e simboli. Nei suoi quadri astrazione e figurazione convivono, materiali tradizionali si alternano a quelli industriali, pittura e graphic design si fondono, così come i gesti pianificati dell’artista e quelli accidentali del fato.

 

In Tan Lines sono esposte per la prima volta due nuove serie di lavori: i monumentali Sail Paintings e i Garden Paintings. Nella serie Sail Paintings, su uno sfondo monocrome, l’artista combina frammenti di tele di varia lavorazione provenienti da quadri sia datati che recenti, creando una composizione che ricorda le vele di una barca. Le opere si presentano come un ibrido complesso dove le tele ritagliate, combinate e minuziosamente ricucite si fondono con simboli dipinti che rievocano sia l’ambiente marittimo che numerologie, gesti e tracce appartenenti alla sfera privata dell’artista (come ad esempio il numero ‘79’, il suo anno di nascita). Cercando di eludere qualsiasi classificazione dei suoi lavori, Værslev li sottopone ad un processo di continua distruzione e ricostruzione per creare una frammentazione sia visiva che di contenuto, lasciando spazio a nuove connessioni.

 

I ‘Garden Paintings’ oscillano invece tra il quadro e l’installazione e si presentano come lastre di legno che ricordano le panchine dei giardini ma installate a muro all’altezza dello sguardo. Oltre a rispecchiare il grande interesse dell’artista per l’architettura urbana e suburbana, queste opere sono il risultato di un lento processo di verniciatura a dieci strati con una copertura appositamente studiata per le barche. Questo elemento stabilisce un dialogo intrigante tra le serie Sail e Garden, concepite per coesistere come un paesaggio metaforico e allo stesso tempo reale nel quale immergersi liberamente.

 

Tan Lines alla Fondazione Giuliani è il terzo appuntamento di una mostra itinerante concepita in collaborazione con Kunst Halle Sankt Gallen in Svizzera (novembre 2017 – gennaio 2018) e Bonner Kunstverein in Germania (febbraio – aprile 2018).

 

In occasione di Videocittà (dal 23 al 27 ottobre), la rassegna culturale dedicata al cinema e all’audiovisivo con diversi eventi a Roma, verrà proiettato in Fondazione Giuliani il cortometraggio di Gordon Matta-Clark, Splitting (1974), selezionato appositamente da Fredrik Værslev.

 

Fredrik Værslev è nato nel 1979 in Norvegia, vive e lavora tra Dramman e Vestfossen. Tra le sue mostre personali più recenti si annoverano: Fredrik Værslev as I Imagine Him, Astrup Fearnley Museet, Oslo, Norvegia (2018); Tan Lines, Bonner Kunstverein, Bonn, Germania (2018); Tan Lines, Kunst Halle Sankt Gallen, Svizzera (2017); La Constance du jardinier, Kunsthal Aarhus, Aarhus, Danimarca (2016); All Around Amateur, Le Consortium, Dijon, Francia (2016); All Around Amateur, Le Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia (2016); Inner beauty, Museo Marino Marini, Firenze (2015); Querelle of Brest, CAC – Passerelle, Brest, Francia (2015); La Constance du jardinier, CNEAI, Chatou, Francia (2015).

Con il supporto di OCA – Office for Contemporary Art Norway

  • Roberto FassoneShhh (1916 modi per costruire una piramide invisibile), 2018
  • Roberto FassoneShhh (1916 modi per costruire una piramide invisibile), 2018
  • Roman OndakMore Silent Than Ever, 2006
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Evelyn Taocheng WangIdle Chatter, Gossipy Rome, 2018
  • Ulises CarriónChewing Gum, 1983
  • Psst... A Play on Gossipinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Ulises CarriónHamlet, for Two Voices, 1977 (activated by Adelaide Cioni and Fabio Giorgi Alberti)
  • Ulises CarriónHamlet, for Two Voices, 1977 (activated by Adelaide Cioni and Fabio Giorgi Alberti)
  • Marco Palmieri and Catherine ParsonageBar, 2018
  • Louwrien WijersMental Sculpture; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Louwrien WijersMental Sculpture
  • Louwrien WijersMental Sculpture
  • Louwrien WijersMental Sculpture; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Wu TsangGirl Talk, 2015, video; installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2018, photo Roberto Apa
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Martina-Sofie WildbergerConversation piece: Alice and Bob by Martina-Sofie Wildberger with Martin Chramosta, 2017
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018
  • Jahān Xājavi, Catherine Parsonage and Marco Palmieri________ is a tender feeling, 2018

PSST…A PLAY ON GOSSIP

APRILE 2018

 

Psst… A Play On Gossip
due serate di performance, gesti e atti dal vivo

 

Mercoledì 4 Aprile
& venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30

 

a cura di Adrienne Drake, Ilaria Gianni, Arnisa Zeqo

 

con Ulises Carrión (attivato da Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti), Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Evelyn Taocheng Wang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger, Jahān Xājavi, Arnisa Zeqo.

 

Psst… A Play on Gossip sussurra in lontananza, desidera catturare la vostra attenzione, coinvolgervi nelle due serate di atti dal vivo, gesti, poesia, giochi di parole e proiezioni che si terranno presso la Fondazione Giuliani. Agendo all’interno dei limiti e delle lacune insite nella dimensione del linguaggio, gli artisti sondano le potenzialità della parola per costruire un diverso immaginario visivo, nel tentativo di sviluppare una posizione critica.

 

Psst… A Play on Gossip vuole far emergere il potere latente della parola, in quanto significante alternativo capare di inserirsi in una sceneggiatura attraverso un giogo di informazioni pronunciate, urlate, declamate e sussurrate.

 

Lingua madre in continua evoluzione, alterazioni di senso riconosciute e ormai normalizzate, segnali discordanti raffigurano il linguaggio come un corpo mutevole. L’uso di un termine specifico, ancor prima della qualità di una voce, di una particolare espressione, di un’intonazione o di un registro linguistico, cosa innesca nella nostra mente? Come può il chiacchiericcio diventare uno strumento performativo di produzione narrativa e artistica? Come può l’aneddoto essere interpretato sia come una forma sperimentale di discorso critico sia come una forma radicale di conoscenza?

 

La Fondazione Giuliani diventa un palcoscenico, sul quale il canovaccio dell’opera performativa tenta di alterare la percezione dello spazio espositivo diramandosi all’interno delle impressioni del visitatore. Quindi, psst… vi invitiamo a sedervi con noi, sul palco o in platea, ad unirvi all’esercizio performativo, ad essere testimoni dei discorsi, delle parole che circoleranno, delle combinazioni di suoni, liberando quella fluidità di linguaggio di A Play on Gossip vuole essere portatrice.

 

Mercoledì 4 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Ulises Carrión, Roberto Fassone, Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, and Evelyn Taocheng Wang.


Venerdì 20 Aprile 2018
18:00-21:30
Con le performance e gli interventi di Roman Ondak, Marco Palmieri, Catherine Parsonage, Wu Tsang, Louwrien Wijers, Martina-Sofie Wildberger e Jahān Xājavi.

 

Si ringrazia KNIR | Reale Istituto Neerlandese di Roma

  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORAEtwas Abwesendes, dessen Anwesenheit erwartet wurde, 2015; marmo; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORASUPPORT (Atleta), 2018; marmo di Carrara; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORARadio (Alicja R-603), 2014; plastica 367.5 g, ferro 325.7 g, ottone 29.4 g, resina fenolica 28.5 g, rame 26.5 g, alluminio 20.9 g, zinco 14.5 g, silicone 12.4 g, stagno 10.8 g, magnete 9.5 g, ceramica 0.6 g, vetro 0.2 g, 17 barattoli, vetrine; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORAInstallation view presso la Fondazione Giuliani, 2018; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORA_1518 leere Liter bis zum Anfang_, 2008/2018; 1337,28 kg di bottiglie vuote d’acqua Selters con tappo, polverizzate; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORAAndere Bedingung (Aggregatzustand), 2009; legno, specchio, metallo, ottone, asta d’acciaio; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORACandle Column (Alicja/Gregor), 2017; bronzo, pittura; foto di Giorgio Benni.
  • MATERIA, PER ORATotum pro parte (Ein Hocker ist ein Bild), 2017; sgabelli usati, specchio, vetro; foto di Giorgio Benni.

MATERIA, PER ORA

10 maggio > 20 luglio 2018

 

 

“Sto cercando di capire cos’è per me la realtà e cosa sia per tutti noi”.

 

La Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale di Alicja Kwade a Roma. La ricerca di Alicja Kwade parte dallo studio attento della realtà e delle sue architetture interne per approdare in universi mentali paralleli dalle molteplici possibilità di lettura. Affascinata dai confini incerti tra visibile ed invisibile, esplora ciò che è reale e ciò che non lo è stimolando l’occhio dello spettatore in un gioco dove spazio, tempo, scienza e filosofia creano un labirinto di percezioni. Nelle sue installazioni, così come nei video e nelle fotografie, manipola e trasforma oggetti di uso quotidiano per conferire loro forme e valenze di significato diverse, rivelando così i molteplici e talvolta nascosti sostrati del visibile. Perché, come ci spiega l’artista stessa, la materia esiste in uno spazio di undici dimensioni, sette delle quali a noi inaccessibili ed ignote ma che coesistono parallele a quelle che conosciamo. Forme e materiali che abitano il nostro universo di esperienze subiscono metamorfosi e distorsioni per dimostrare come tutto possa assumere una forma altra ed essere soggetto a cambiamenti di natura fisica, di struttura e di sostanza. Ogni lavoro della Kwade cela una minuziosa ricerca scientifica che si declina in un linguaggio costruito con forme sintetiche ed essenziali, dove il segno ci invita a pensare e reinterpretare in continuazione ciò che l’occhio ed il nostro inconscio osservano. Oltre ad esplorare la nostra percezione del reale, del tempo e dello spazio, le sue opere gettano uno sguardo sulla nostra società e le sue regole di funzionamento e sugli schemi naturali ed artificiali che condizionano il nostro modo di pensare.

 

MATERIA, PER ORA vuole essere un momento di studio ancora più approfondito sulla materia, il materiale e la materialità. Kwade indaga il concetto filosofico di decostruzione/costruzione concentrandosi sul processo di trasformazione della materia a contatto con le diverse dimensioni presenti in natura. Convinta che quest’ultima altro non è che una serie infinita di combinazioni di se stessa nello spazio e nel tempo, le sue opere giocano con la ripetizione, la scomposizione, la variazione di scala e la distruzione/ricostruzione connotandosi come meditazioni scultoree sulla natura dell’oggetto. La smaterializzazione genera una de-significazione, un momento dove nuove rielaborazioni e letture possono avere luogo, una possibilità di rappresentare lo spazio e il tempo che non riusciamo a percepire.

 

Alicja Kwade è nata nel 1979 a Katowice (Polonia), vive e lavora a Berlino. Tra le sue recenti mostre personali si annoverano: AMBO, Kunsthalle zu Kiel, Germania (2018); LinienLand, Haus Konstruktiv, Zurigo (2018); ReReason, YUZ Museum, Shanghai (2017-2018); Phase, König Galerie, Berlino (2017); In Aporie, kamel mennour, Parigi (2016); Medium Median, Whitechapel Gallery, Londra (2016); Alicja Kwade, De Appel Arts Centre, Amsterdam (2016); Against the Run, Public Art Fund, New York (2015-2016). Nel 2015 ha vinto il premio Hector-Prize della Kunsthalle Mannheim in Germania e nel 2017 la sua opera WeltenLinie (One in a Time) è stata esposta al Padiglione del Tempo e dell’Infinito della 57° Biennale di Venezia.

 

 

Un ringraziamento speciale all’Istituto Polacco di Roma.

  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagFontana delle Mani, 2017; 7' video, wood, water; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagHorizontal Aleppo, 2017; Aleppo soap, foam; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagInstallation view at Fondazione Giuliani, 2017; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong block; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagVertical Aleppo, 2017; Aleppo soap, bricks; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagGive More Sky To The Flags, 2016; corten steel, rubble; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagHaiku Under Tension, 2017; trampoline, rubble; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagTake The World Into The World, 2017; Aleppo soap, Ytong blocks; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagDisrupted Air (Still life), 2017; plants, newspapers; photo Giorgio Benni.
  • Your Ruins Are My FlagThe World Belongs to Those Who Set It On Fire, 2016; candle smoke on paper; photo Giorgio Benni.

Your Ruins Are My Flag

ottobre 2017 > gennaio 2018

 

Nell’immaginario dell’artista suggestioni poetiche, tradizione e spiritualità convivono, generando opere evocative e metaforiche che guardano alla società contemporanea con sguardo critico e allo stesso tempo ottimista. Consapevole dei molteplici significati che parole ed oggetti possono contenere, Cantor combina in maniera giocosa materiali, media e linguaggi per produrre opere pungenti dove definizioni e categorie vengono continuamente sovvertite. Sospese tra una profonda ricerca formale ed estetica e la loro valenza critica, queste fondono simboli e gestualità semplici per veicolare messaggi universali e proporre letture parallele.

 

Con sguardo cinico e allo stesso tempo ludico, l’artista scava così nel profondo della storia contemporanea, rivelando le sue insite contraddizioni. Il suo linguaggio manipola i diversi piani di significato per mettere in discussione confini, ruoli e canoni, proiettando lo spettatore in una dimensione dove l’ovvio non è mai scontato, bensì ha il potere di cambiare la nostra percezione della realtà.

 

In occasione di Your Ruins Are My Flag verrà presentato per la prima volta in Italia un ampio corpus di opere di nuova produzione. Come suggerisce il titolo, la mostra si incentra sulla riflessione intorno al concetto di perdita, nelle sue molteplici accezioni. Dal patrimonio alle tradizioni, dalla fragilità degli equilibri politici e sociali alla perdita intesa come negazione di libertà, innocenza e sicurezza.

 

I materiali che plasmano le opere intrecciano con queste un vitale e ambivalente rapporto, sia perché alcuni di loro sono utilizzati dall’artista per la prima volta (come il sapone e la telecamera termica), sia perché aggiungono ulteriori elementi al loro significato, completandolo. In questo modo il sapone, lontano dall’essere solo la mera materia che da forma all’opera, rievoca l’atto del lavare via e sbiadire il passato, la storia e la loro eredità. L’operazione si arricchisce di ulteriori suggestioni quando scopriamo che il sapone usato è quello dell’antica tradizione di Aleppo, città protagonista delle pagine più tristi del momento. I labili tempi moderni saranno così lo sfondo di una mostra che metterà in discussione ideologie, conflitti e nuove minacce che muovono le redini della storia contemporanea, proiettandoli in una dimensione sublime e poetica.

 

Mircea Cantor è nato nel 1977 a Oradea (Romania); come ama affermare “vive e lavora nel mondo”. Tra le sue ultime personali internazionali si annoverano: La partie invisible de l’infini, Galerie de l’atelier Brancusi (Centre Georges Pompidou), Parigi, 2017; SOLO SHOW – Part I e Part II, Fondation Francès, Senlis, Francia, 2016; 5775, Dvir Gallery, Tel Aviv; Mircea Cantor: Collected Works, Rennie Collection at Wing Sang, Vancouver, 2014; Mircea Cantor: QED, National Museum of Contemporary Art, Bucharest, 2013; Mircea Cantor, Prix Marcel Duchamp 2011, Centre Pompidou, Parigi,2012; Sic Transit Gloria Mundi, MACRO, Roma, 2012.

 

Con il sostegno di Magazzino, Roma;
Un ringraziamento particolare a Faurar Art, Baia Mare, Romania e Laurealep.

Consequences

 

Jay Heikes — Consequences
Lingua: EN / IT
Dimensioni: 190 x 260 mm
Colore
Pagine: 80
Softcover
Editor: Jay Heikes
Autori: Adrienne Drake, Jay Heikes and Conny Purtill
Editorial Coordination: Costanza Paissan
Design: Walter Santomauro
Edizione di 499 copie
Anno: 2016

ISBN 978-88-99776-02-2
PREZZO: 18€

 

Il libro Consequences è stato pubblicato in connessione con la mostra di Jay Heikes, con il contributo di Felix Culpa, Jessica Jackson Hutchins, Ari Marcopoulos, Josiah McElheny, Todd Norsten, Conny Purtill, Justin Schlepp, Gedi Sibony, Michael Stickrod, The Unknown Artist, e il fantasma di Lee Lozano, tenutasi a Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea, Roma,  dal 10 Ottobre al 12 Dicembre 2015.

Il libro include una corrispondenza tra Jay Heikes e Adrienne Drake sul processo di collaborazione del progetto, una serie di “headnotes” dell’artista su molte delle opere esposte, un testo di Conny Purtill e una mappa visuale di Sarah Lehrer-Graiwer. I testi sono accompagnati da un’ampia selezione di foto di installazione e di lavori presenti in mostra, consentendo al lettore di approfondire il quadro visivo, spaziale e concettuale dell’intero progetto.

  • Mircea Cantor Take The World Into The World, 2017

Proroga Mostra

 

Vi comunichiamo con molto piacere che la mostra Your Ruins Are My Flag dell’artista Mircea Cantor, attualmente in corso presso la Fondazione Giuliani, è stata prorogata fino al 27 gennaio 2018.

  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, gesso, string, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, acrylic, pigment, gesso, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, wooden stick, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, graphite, string, gesso, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, string, styrofoam,jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, string, styrofoam,jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; silkscreen ink, adobe, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, oil, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, linen, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashUntitled, 2017; adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); adobe, oil, pigment, acrylic, gesso, string, canvas, linen, styrofoam, jute, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017; oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashUntitled, 2017 (detail); oil, pigment, acrylic, linen, painters tape, wood support; photo Jean Vong; Courtesy the artist, Casey Kaplan Gallery, New York, and Mehdi Chouakri, Berlin
  • N. DashInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • N. DashVideo still, Installation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni

N. Dash

9 maggio > 14 luglio 2017

 

Fondazione Giuliani è lieta di presentare la prima mostra personale ed istituzionale in Europa dell’artista N. Dash

 

“La lingua araba è meravigliosa per Wanderwort*…

 

Una mattina in classe, rifletté sulla parola per “mud brick”. Nel geroglifico antico era djebet diventando poi tobe in copto, in seguito gli arabi aggiunsero l’articolo determinativo trasformandolo in al-tuba, mentre in Spagna arrivò come adobar, e più tardi, nel sud-ovest americano, dove questa cosa pesante viaggiò per 4 millenni e 7000 miglia, finalmente divenne adobe.

 

Da una lettera di Peter Hessler dal Cairo al The New Yorker, 17 aprile 2017

 

*Wanderwort
Etimologia – discende dal tedesco, da Wander (vagare) + Wort (parola)
Nome – prestito linguistico diffuso in molte lingue differenti

  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Will BenedictThe Bed That Eats, 2015
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictUntitled, 2014
  • Will Benedict & Tom HumphreysUntitled, 2014
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (Enemy Ladder), 2017
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Wolfgang BreuerNo Title, 2011
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Will BenedictI AM A PROBLEM (T.O.D.D.), 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictToilets not Temples, 2014
  • Will BenedictThe Leopard Frog, 2016
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictLay's Miserables, 2017
  • Will BenedictStop and Frisk, 2013
  • Fiction is a Terrible EnemyInstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2017, photo Giorgio Benni
  • Will BenedictProduction Hospital, 2016

Fiction is a Terrible Enemy

11 FEBBRAIO > 8 APRILE 2017

 

Law & Order era un programma televisivo americano trasmesso per 19 anni dalla NBC. Negli Stati Uniti ha avuto sei differenti spin-off, cinque video-games, così come versioni in Francia, Inghilterra e Russia. Nel 2016 Donald Trump si è dichiarato “candidato Law and Order”. La mia amica Justine è sempre in ritardo, e la cosa è abbastanza scortese. A lei servirebbe un po’ di “Law and Order” nella sua vita. Law and Order potrebbe essere semplicemente paternalistico ma, d’altro canto, può essere una scorciatoia politica per portare alla reclusione milioni di persone.

 

Per la mia mostra a Fondazione Giuliani proietterò in anteprima il nuovo video musicale “I AM A PROBLEM (Enemy Ladder)” fatto per la band Wolf Eyes, con una selezione di film e video musicali fatti negli anni passati. Per la Biennale di Berlino dell’estate scorsa ho fatto un altro video musicale per i Wolf Eyes, intitolato “I AM A PROBLEM (T.O.D.D.)”, che mostra un alieno mentre viene intervistato dal noto giornalista Charlie Rose sul problema dell’immigrazione. Questo nuovo video “I AM THE PROBLEM” segue una squadra della S.W.A.T. appostata all’esterno di una casa tranquilla dove una donna sta leggendo un libro, ignara, o incurante, delle attività della polizia fuori la sua finestra.  Il libro che sta leggendo rivela segreti oscuri sul potenziale desiderio collettivo di liberarsi da questo mondo corporeo. Almeno credo.

 

Nel 1996 un altro mio amico, Chris, aveva una band dal nome Razorburn 77. Non so il perché di questo nome. Loro avevano una canzone chiamata Law & Order che era semplicemente la sigla del programma TV. Era divertente ma allo stesso tempo terribile. All’incirca nello stesso periodo, Bill Clinton istituì la Three Strikes Law, il cui nome è stato coniato dal gioco del baseball e che mandava all’ergastolo, indipendentemente dalla gravità del reato, qualsiasi trasgressore avesse tre condanne. Questa legge ha creato un crudele, kafkiano sistema di giustizia criminale che ha perso il senso della proporzione. Taccheggiare in un supermercato, rubare monetine da un’auto parcheggiata, o rilasciare un assegno scoperto potrebbero mandarti in prigione per il resto della vita. La finzione è un terribile nemico.

 

-Will Benedict

 

Will Benedict, nato a Los Angeles nel 1978, vive e lavora a Parigi. I suoi lavori più recenti sono stati esposti alla 9° Biennale di Berlino (2016), 10° Biennale del Nicaragua (2016) e alla 31° Biennale di Arti Grafiche di Ljubljana (2015). Le sue mostre personali includono I AM A PROBLEM al Rob Tufnell di Londra (2016), Bad Weather a Overduin & Co. a Los Angeles (2015), A Bone in the Cheese alla Galleria Bortolami di New York (2015), Corruption Feeds al Bergen Kunsthall in Norvegia (2014), Comparison Leads to Violence al Balice Hertling a Pargi (2014), The Narcissism of Minor Differences al Halle für Kunst a Lüneburg (2013). Ha anche curato le mostre Nuclear War: What’s in it for you? al Vilma Gold a Londra (2014), Vertical Club alla Galleria Bortolami di New York (2013) e Commercial Psycho alla Andrew Kreps Gallery di New York (2012).

  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni
  • Stamen Papersinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2016, photo Giorgio Benni

Stamen Papers

26 maggio > 22 luglio 2016

 

Nel suo lavoro Michael Dean adotta differenti mezzi espressivi, la scultura, la scrittura, la performance e la fotografia, spesso sviluppati e uniti all’interno di installazioni basate sui testi. Fulcro principale della sua ricerca è un’analisi visiva del linguaggio che deriva dalla tradizione della parola scritta. Molteplici configurazioni materiali si presentano come oggetti fisici dominati da un’apparente leggerezza che demistifica il peso e la natura grezza dei materiali utilizzati, quali il cemento e l’acciaio. La complessa spazialità dell’investigazione teorica e materica di Dean determina un’inestricabile relazione tra l’esperienza della mostra e lo spazio fisico.

 

Stamen Papers attinge dalla botanica (Lo stame è la parte che produce il polline di un fiore, costituita da un filamento e dall’antera) il significato e la struttura dell’installazione che Dean ha progettato appositamente per gli spazi della Fondazione Giuliani. Per Stamen Papers, la sua opera health (Working Title), realizzata in occasione della mostra personale presso l’Henry Moore Institute di Leeds nel 2012, è installata come un filamento con antera che rappresenta simbolicamente uno stame atto a diffondere gli scritti delle precedenti mostre di Dean.

 

The Pollen, un nuovo lavoro pubblicato in occasione di Stamen Papers, sarà a disposizione dei visitatori per portarne gradualmente via le pagine.

 

Il 12 maggio Michael Dean è stato selezionato tra i candidati per il Turner Prize 2016.

 

Michael Dean (nasce a Newcastle upon Tyne, 1977) vive e lavora a Londra. Per l’autunno 2016 è prevista la sua mostra personale presso il Nasher Sculpture Center di Dallas, Texas. Tra le sue principali mostre istituzionali si ricordano: Sic Glyphs, South London Gallery, Londra (2016); Qualities of Violence, de Appel arts centre, Amsterdam e Jumping Bones, Extra City Kunstal, Anversa (2015); HA HA HA HA HA HA, Kunst Forum Ludwig, Aquisgrana (2014), The Upper Room presso David Zwirner (con Fred Sandback), Londra (2014), Arnolfini, Bristol (2013), Cubitt, Londra (2012), Henry Moore Institute, Leeds (2012). Tra le mostre collettive: Albert the Kid Is Ghosting, The David Roberts Art Foundation, Londra, e Sculptures Also Die, CCC Strozzina, Firenze (2015), The Noing Uv It, Bergen Kunsthall, Bergen (2014), What is Real, The Hayward Gallery, Londra (2014), MIRRORCITY, The Hayward Gallery, Londra, e Manners of Matter, Salzburger Kunstverein, Salisburgo (2014), A History of Inspiration, Palais de Tokyo, Parigi (2013).

  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Christopher), 2014
  • Sam FallsUntitled (Now), 2014
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)

Sam Falls

14 febbraio > 18 aprile 2015

 

“Ruotando intorno alla terra, la luna prova ad attirare tutto ciò che la circonda. L’unica cosa che la terra non riesce a trattenere è l’acqua. Le persone possono trattenere qualunque cosa, tranne il tempo. Salendo e scendendo l’acqua dell’oceano pulisce le rocce e la sabbia mentre il tempo passando e lenendo le ferite invecchia i nostri corpi. Nella luna come nel tempo c’è bellezza e tristezza. C’è un eterno ritorno nel ciclo della marea che sfida il tempo mentre per noi è impossibile sfuggirgli. Questa mostra sovrappone elementi naturali e processi artistici per sottolineare il nostro rapporto con il tempo, l’intrinseca leggerezza e oscurità dell’invecchiare, l’attrazione gravitazionale della vita, l’aleggiante spettro della nostalgia.

 

Lo spicchio di luce che illumina la luna, o la sua posizione rispetto alla terra che la oscura, cambia di mese in mese dipendendo dall’asse terrestre. Le opere in mostra rappresentano un ciclo della luna abbreviato nell’ottobre 2014. Le fasi lunari sono state delineate e illuminate con candele in cera d’api fatte a mano, ognuna di colore diverso, poi fotografate e riprodotte su lino; in seguito le stampe sono state appoggiate al muro e disposte sotto le candele, nuovamente accese, che sono state lasciate bruciare facendo sgocciolare la cera sopra la stampa. Le candele erano disposte sul muro in orizzontale e a forma di luna, per fare in modo che emettessero l’immagine della luna bruciando lungo il loro asse orizzontale; la cera colava più in alto dell’asse verticale della stampa sottostante: più vicina era la fiamma alla parete, più in alto gocciolava sulla stampa. Il movimento verticale descritto dalla cera caduta sulla stampa rappresenta il tempo come la marea che scivola sulla spiaggia; la posizione orizzontale riprende la geografia della luna e la luce crescente e calante. Le stampe nere illustrano i diversi cicli della luna e il tempo che impiega una candela a bruciare, mentre le rispettive controparti in bianco, che erano il bordo inferiore di ogni stampa, illustrano le fasi della luna, un’astratta cronologia del tempo di un mese.

 

“Adesso”, ossia il presente, è in assoluto il momento d’oro del tempo, a differenza del passato che decade e del futuro che spaventa. Nel mio lavoro sono sempre stato interessato a come tradurre fedelmente il tempo e comprenderlo meglio attraverso l’arte. Un modo è stato quello di lasciare il comando della produzione agli elementi naturali, come il sole e la pioggia. Lo spettatore intergisce direttamente con il tempo dato che c’è meno mediazione da parte mia: accade ad esempio nel tessuto lasciato all’aperto per un anno con uno pneumatico sopra, col fine di crearne un’immagine attraverso lo scolorimento del tessuto circostante. L’immagine finale fluttua tra un cerchio astratto e un’immagine indessicale dello pneumatico e il processo produttivo crea un’opera appagante nel presente, sia per me che per lo spettatore, anche se parla al passato. L’ottimismo della produzione contiene anche la malinconia dell’invecchiamento.

 

La marea si muove secondo una ciclicità inesorabile, a differenza della persistenza in avanti del tempo. Nello stesso modo in cui mi sono interressato alla dualità in arte tra astrazione e indessicalità, nichilismo e ottimismo, l’ho fatto anche nella vita tra il personale e l’universale. Questa idea è ben definita in linguistica come shifter: una parola come “questo” o “quello” acquista un significato diverso a seconda di ciò a cui fa riferimento, o pronomi personali come “io” o “tu” si ricollegano alla persona che indicano sul momento. Il fulcro della questione è spiegato perfettamente nel testo di Rosalind Krauss, Notes on the Index Part, dove è presente questa citazione di Roman Jakobson: “a shifter is ‘filled’ with signification’ only because it is ‘empty’”. A mio avviso, “adesso” è uno shifter temporale: non fa mai riferimento allo stesso momento perchè il tempo è inafferrabile e il futuro vuoto e inesistente è riempito di significato solo quando diventa “adesso”. Questa semplice idea è molto importante per me e il video in mostra la illustra insieme alle polaroid di un fiore, adesso sbocciato, poi secco.

 

Le opere con l’elio nascono nel tentativo di ampliare l’idea di shifter, non solo come funziona nel tempo ma nel mondo fisico al di là del linguaggio. La luce incandescente è carica di elio e i palloncini sospesi sono riempiti di elio: attivo in due stati fisici particolarmente drammatici, l’elemento naturale non cambia. L’elettricità mostra il colore dell’elio e i palloncini gli danno forma: l’immagine è rappresentativa ma anche piuttosto astratta e non so quale dei due incida di più nel dare all’opera la sua gravità. La forma dei vetri dei neon traccia i profili della mia famiglia, dei miei amici, di me stesso e dei miei cani. Queste opere rappresentano il microcosmo dell’invecchiamento; sorrette all’inizio, piene di energia e vita, caleranno nel tempo in perfetto stato restando alla fine sgonfie sul pavimento. Ciò che è stato continuerà a bruciare e i palloncini rimarranno a indicare la memoria di ciò che fu.”

 

- Sam Falls, gennaio 2015

 

Nato a San Diego, USA, Falls risiede attualmente a Los Angeles. A marzo 2015 inaugurerà una mostra personale presso Galleria Franco Noero di Torino. Tra le recenti mostre personali: Ballroom Marfa, Texas (upcoming, 2015); Pomona College Museum of Art, California; Public Art Fund, New York (2014); LA><ART, Los Angeles (2013).

  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Peter BuggenhoutGorgo #29, 2013 (Courtesy Galerie Laurent Godin, Paris)
  • Jochen LempertThe Skins of Alca impennis, 1993 – 2014 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Jochen LempertUntitled, 2005 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Peter BuggenhoutGorgo #33, 2013 (Courtesy Galerie Laurent Godin, Paris)
  • Jochen LempertUntitled (from: Symmetry and the Architecture of the Body), 1997 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Jochen LempertUntitled (from: Symmetry and the Architecture of the Body), 1997 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Jean-Marie PerdrixCheval, bronze à la chair perdue 3, 2013 (Courtesy Desiré Saint Phalle, Mexico City)
  • Jean-Marie PerdrixCheval, bronze à la chair perdue 3, 2013 (Courtesy Desiré Saint Phalle, Mexico City)
  • Jochen LempertMartha, 2005 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecologyinstallation view, photo Giorgio Benni
  • Marlie MulPuddle (Twig), 2014 (Courtesy Fluxia, Milan)
  • Jochen LempertFire, 2008 (Courtesy ProjecteSD, Barcelona)
  • Marlie MulPuddle (Faint Blue), 2014 (Courtesy Fluxia, Milan)

The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecology

9 maggio > luglio 2014

 

‘The Registry of Promise’ è un progetto diviso in una serie di mostre che riflettono sulla nostra relazione sempre più preoccupante con ciò che il futuro potrebbe o meno avere in serbo per noi. Le quattro mostre si concentrano e fanno leva su varie letture del significato di una promessa, da intendere come un qualcosa che nello stesso tempo anticipa un futuro – il suo compiersi o venire meno – ma che può anche esprimere una sorta di inevitabilità, sia positiva che negativa. Tale polivalenza assume una particolare intensità nell’attuale momento storico. Poichè le nozioni scientifiche e tecnologiche di progresso, inaugurate dall’Illuminismo, non hanno più lo stesso valore di un tempo, ormai abbiamo abbandonato l’illuministica visione lineare del futuro una volta presagita. Tuttavia, ciò che viene a sostituire la nostra passata concezione non sembrerebbe affatto un’alternativa: lo spettro incombente di una globale catastrofe ecologica. Partendo dalla promessa antropocentrica della modernità, a quanto pare, abbiamo ripiegato su una fede negativa nel post-umano. Eppure il futuro non è necessariamente un libro chiuso. Lontano da una visione fatalistica,‘The Registry of Promise’ al contrario prende in considerazione queste diverse modalità del futuro cerando di concepirne delle altre. Nel fare ciò cerca di valorizzare la potenziale polivalenza e mutevolezza del termine ‘promessa’.

 

Svolgendosi nel corso di un anno, ‘The Registry of Promise’ si compone di quattro mostre autonome e interconnesse che possono essere lette come singoli capitoli di un libro. Il progetto s’inaugura con la mostra ‘The Promise of Melancholy and Ecology’, presso la Fondazione Giuliani, alla quale seguono ‘The Promise of Multiple Temporalities’, al Parc Saint Léger Centre d’art contemporain, ‘The Promise of Moving Things’, presso Centre d’art contemporain d’Ivry – le Crédac, per concludersi con ‘The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues’, presso SBKM/De Vleeshal.

 

‘The Promise of Melancholy and Ecology’ affronta la nostra sempre più misera e conflittuale relazione con la natura. Così come tanti freudiani malinconici, siamo incapaci a quanto pare di piangere nel modo giusto la perdita di ciò che possiamo comprendere solo in modo imperfetto e parziale – ossia la natura o la nostra concezione di essa – perchè non possiamo più separarla dal nostro ego. Questa mostra esplora la nostra percezione della natura sentendola come un qualcosa di remoto, per gran parte di dominio di un passato irrecuperabile che può essere rappresentato soltanto attraverso l’estinzione, come nelle foto di Jochen Lempert dell’Alca Impennis, o Great Auk, una specie scomparsa a metà del diciannovesimo secolo. Nel corso degli ultimi vent’anni, Lempert ha fotografato 35 dei 78 esemplari estinti che si trovano nei musei di storia naturale di tutto il mondo. Le strazianti sculture in bronzo e carbone di animali mutilati dell’artista francese Jean-Marie Perdrix – realizzate con la tecnica della cera persa – affrontano analogamente il tema di una passata intimità con la natura, ma la cui infernale indessicalità non può che evocare direttamente Pompei. I tenebrosi assemblaggi detritici dell’artista belga Peter Buggenhout tendono verso una rivisitazione del concetto di ‘naturale’, investendo materiali industriali di una qualità quasi organica. Infine, le oscure pozzanghere di resina dell’artista olandese Marlie Mul, a volte modulate con mozziconi di sigaretta e sacchetti di plastica, assumono una forza di persuasione inquietante in questo contesto, come se fossero gli unici fluidi plausibili a disposizione della nostra concezione sempre più desolata della natura. Eppure nonostante tutta la sua apparente oscurità, i lavori in questa mostra sono nel complesso gesti rivolti alla possibilità che la nostra percezione di ciò che mirano a preservare invece di compiangere, potrebbe essere meno flessibile della natura stessa.

 

‘The Registry of Promise’ è una co-produzione di Fondazione Giuliani, Parc Saint Léger Centre d’art contemporain, Centre d’art contemporain d’Ivry – le Crédac e SBKM/De Vleeshal.

 

www.fondazionegiuliani.org | www.parcsaintleger.fr | www.credac.fr | www.vleeshal.nl

 

Il progetto si inserisce nell’ambito di PIANO, piattaforma preparata per l’arte contemporanea, Francia–Italia 2014-2015, concepita da d.c.a / association française de développement des centres d’art, in partnership con l’Institut français d’Italie, l’Ambasciata di Francia in Italia e l’Institut français, con il sostegno del Ministère des Affaires étrangères et du Développement international, del Ministère de la Culture et de la Communication e della Fondazione Nuovi Mecenati.

 

www.pianoproject.org

 

  • Benoît Maire'Lies on the Beach', detail, photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire'Lies on the Beach', detail, photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Lies on the Beach', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Lies on the Beach', photo Giorgio Benni
  • Benoît Mairei.e. n°6, 2012
  • Benoît MairePhotographie de 3 armes du soir, 2013
  • Benoît MaireUntitled, 2013
  • Benoît MaireSocrates, 2013
  • Benoît MaireInstrument to measure, 2012
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît MaireStalactites, 2012
  • Benoît MaireLe monde donné à midi, 2013
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maireinstallation view 'The Cave', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire'The Cave', photo Benoît Maire
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)installation view 'Instruments with the Sun', photo Giorgio Benni
  • Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach)'Lies on the Beach', detail

spiaggia di menzogne (Lying Beach)

4 ottobre > 14 dicembre 2013

 

La Fondazione Giuliani è lieta di presentare spiaggia di menzogne (Lying Beach), la prima personale in Italia dell’artista francese Benoît Maire. Utilizzando numerosi mezzi espressivi, tra cui scultura, fotografia, scrittura, film e performance, Maire mira a costruire un sistema estetico dove parole e concetti emergono attraverso strumenti visivi e scultorei.  Il suo lavoro impregnato di filosofia, riferimenti artistici o letterari, s’interroga sul valore affettivo di una teoria. Pur seguendo un rigoroso approccio concettuale, l’artista è profondamente attento alle qualità formali di un’opera d’arte.

 

Parte dell’indagine in corso di Benoît Maire, spiaggia di menzogne (Lying Beach) è una ricerca che si concentrasull’atto del vedere e sul processo di misurazione. Un nuovo nucleo di lavori sarà presentato per la prima volta insieme ad alcune opere recenti adattate agli spazi della Fondazione. Divisa in tre parti, la mostra ha il ritmo di una narrazione: la prima, “Lies on the Beach”, presenta elementi scultorei che possono essere spostati all’interno dello spazio; la seconda, “Instruments with the Sun”, comprende strumenti realizzati a mano e video connessi al loro utilizzo; mentre la terza ed ultima parte è concepita come se fosse una grotta. Nelle varie sale le opere sono inserite all’interno di illuminazioni contrastanti e disorientanti (the Sun versus the Cave) ma il loro essere disposte in modo lineare lungo le pareti suggerisce lo scorrere di un testo.

 

Un elemento chiave della mostra è il corpo di opere che allegorizza l’atto della misurazione, inteso come la relazione tra gli esseri umani e l’ambiente che li circonda. Attraverso la misurazione degli oggetti e le rappresentazioni viene alla luce il concetto essenziale della filosofia come mera scienza. Ciò che l’artista rappresenta non è la filosofia in sé ma una relazione come condizione di possibilità di una filosofia.

 

Nato a Pessac, Francia nel 1978, Benoît Maire vive a Parigi. Tra le recenti mostre personali si annoverano: Hollybush Gardens, Londra (ad avvenire); Weapon, David Roberts Art Foundation, Londra; Ohne Warum, Croy Nielsen, Berlino; Le fruit est défendu, Cortex Athletico, Parigi (2013); History of Geometry, Halle Für Kunst, Luneburg and Walden Affairs, Den Haag; The Object of Criticism, De Vleeshal, Middleburg; Bientôt le métal entre nous se changera en or, Kunsthalle, Mulhouse (2011); L’espace nu, Frac Aquitaine, Bordeaux (2010). Tra le principali mostre collettive: Les archipels réinventés 2, Ricard Foundation Prize, Marsiglia; L’amour atomique, Palais des Arts et du Festival, Dinard; Des gestes de la pensée, La Verrière, Bruxelles (2013); To the Moon via the Beach, Maja Hoffmann, LUMA Foundation, Arles; Le mont Juji n’existe pas, Frac Ile-de-France, le plateau, Parigi (2012); Collections contemporaines, Centre Pompidou, Parigi; Tableaux, Le Magasin, Grenoble; Desert Solitaire, CAC Vilnius (2011); Dynasty, Palais de Tokyo, Parigi (2010).

 

spiaggia di menzogne (Lying Beach) è organizzata dalla Fondazione Giuliani di Roma in collaborazione con DRAF, Londra, e con il sostegno dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e di Bioera.

  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Despite Our Differencesveduta dell'allestimento, foto André Morin
  • Giorgio Andreotta CalòClessidra (U), 2013
  • Becky BeasleyPlank III (Covering Ground), 2008
  • Becky BeasleyFigure (Part 2), 2008
  • Wolfgang BerkowskiThis is how you disappear/Grid) Case Study IV, 2013
  • Wolfgang BerkowskiModels for Inflatable Cages, 2004/2013
  • Stefan BrüggemannSeven Reversed Mirrors, 2010
  • Manfred PerniceUntitled (AVA), 2008
  • Gianni PiacentinoDark Red-Purple Small Pole III, 1966
  • Giulia PiscitelliPlessimetro, 2009
  • Heather RoweUntitled, 2009
  • Nora SchultzModel for Underground Airport (After Vantongerloo), 2010
  • Alexandre SinghConcerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting, 2010

Despite Our Differences

8 ottobre > 14 dicembre 2013

 

Despite Our Differences

 

a cura di Adrienne Drake

 

con Giorgio Andreotta Calò, Becky Beasley, Wolfgang Berkowski, Stefan Bruggemann, Manfred Pernice, Gianni Piacentino, Giulia Piscitelli, Heather Rowe, Nora Schultz, Alexandre Singh

 

Fondazione Hippocrene
12, rue Mallet-Stevens
Parigi

 

Despite Our Differences presenta una selezione di opere appartenenti alla Collezione Giuliani, insieme a un lavoro site-specific realizzato appositamente per la mostra. Piuttosto che sposare i lavori con un tema dominante, la mostra si allontana da una logica fissa, fedele alla natura ibrida della Collezione e immaginata come una costellazione di idee collegate in cui micro-conversazioni tra le opere illustrano narrazioni intrecciate e proprietà interrelazionali.

 

Alcuni lavori reagiscono allo spazio, sensibili ai diversi aspetti della struttura dell’edificio: superficie, scala dimensionale e punto di vista. Il lavoro di Wolfgang Berkowski, This is how you disappear/Grid) Case Study IV (2013), s’insinua direttamente nell’architettura esistente, della quale indaga la capacità di modellare la rappresentazione e l’esperienza dell’arte. Il suo Models for Inflatable Cages (2004/2013) scandisce e limita i movimenti del pubblico, sollecitando una discussione sulla sua assoluta esistenza: l’opera e lo spettatore sono posti l’uno contro l’altro. Al contrario, Untitled (AVA) (2008) di Manfred Pernice, allontana il pubblico dalla superficie e lo posiziona proprio al centro dello spazio espositivo, libero di muoversi intorno all’opera. Questo monumento composto da elementi di legno ad incastro, frammenti architettonici e una disparata raccolta di scarti di consumo – un pacchetto di sigarette vuoto, piatti, l’involucro di un hamburger di McDonald – celebra momenti quotidiani dimenticati. La disposizione architettonica di Untitled (AVA) agisce come contrappunto alla forma naturale di  Clessidra (U) (2013) di Giorgio Andreotta Calò, una scultura in bronzo, derivante dal calco di un ormeggio deteriorato trovato nella laguna di Venezia. Nel corso degli anni, la marea e l’acqua salata hanno trasformato questo palo in un grezzo e fantastico monumento al tempo.

 

Le sculture anti-monumentali di Nora Schultz sono solitamente realizzate con materiale industriale trovato, residui abbandonati della contemporaneità, estrapolati dal loro contesto originario e riassemblati dall’artista. Questa candida materialità imbeve le sue opere dell’immediatezza del presente. Il lavoro Model for Underground Airport (After Vantongerloo) (2010) attiva la traiettoria dello spettatore mentre cammina. In modo simile, Gianni Piacentino si confronta con le convenzioni dello spazio sovrastandolo con Dark Red-Purple Small Pole III (1966). Questo lavoro dimostra la costante indagine dell’artista nella ricerca cromatica, qualità artistica e ambiguità della forma nello spazio e preme i confini della scultura e del design in contrasto con il materiale grezzo di Schultz.

 

Questi confini sono affrontati da altre opere in mostra in una dinamica interazione tra media differenti ed esame della forma. In Concerning the Apparent Asymmetry of Time: Painting (2010), Alexandre Singh immagina una cronistoria dell’arte moderna come se la seconda legge della termodinamica fosse stata invertita, se invece di un movimento verso il disordine ci fosse una tendenza verso l’ordine. La storia che viene alla luce appare come un intricato diagramma che lega insieme realtà e finzione. Singh interroga narrazione storica e rappresentazione e mostra modi in cui il linguaggio e le idee possono mutare e cambiare nel tempo; posiziona il disegno non solo come gesto fisico, ma come un condotto per composizioni che suggeriscono possibili interpretazioni e processi di connessione.

 

Il lavoro di Becky Beasley si muove tra scultura e fotografia attraverso un’esplorazione delle relazioni tra immagine e oggetto, corpo e interiorità. Le due opere in mostra, la fotografia Figure (Part 2) (2008) e la scultura Plank III (Covering Ground) (2008), sottolineano l’interrogarsi dell’artista sul modo in cui immagine, oggetto e linguaggio operano in relazione tra loro. Heather Rowe indaga l’area della scultura, dell’architettura e dell’installazione; gioca su spazi in transizione e impiega strategie che alludono allo spazio dei modelli architettonici anche se il suo uso della scala dimensionale e dei materiali invita a una relazione uno a uno con lo spettatore. In Untitled ( 2009), vetro scuro e specchi angolati riflettono e distorcono il corpo mentre lo spettatore si muove nello spazio espositivo. C’è solo un riflesso oscurato, una rappresentazione fratturata, che allude alla paura sublimale della frammentazione dell’io. Il corpo è anche il soggetto del video in bianco e nero, Plessimetro (2009),di Giulia Piscitelli in cui figure indistinte, come fantasmi, provano a muoversi all’unisono a un ritmo costante e ripetitivo. Piscitelli studia il quotidiano individuale e collettivo in modo da decifrare il soggetto attraverso l’esplorazione dell’identità e della persona. Con il suo Seven Reversed Mirrors (2010), Stefan Brüggemann nega allo spettatore il riconoscimento del corpo. Gli specchi sono privati della loro funzione originaria e rivolti verso il muro così che nulla possa esservi riflesso – nessuna immagine, nessuna idea. Invertendo lo specchio, l’artista nega la relazione tra l’arte e lo spettatore, l’arte e la realtà.

 

La Fondazione Hippocrene è una fondazione indipendente, no-profit, la cui missione principale è quella di contribuire al rafforzamento della coesione tra i giovani europei; contribuisce a “Living Europe”, fornendo sostegno finanziario ad iniziative culturali, educative e umanitarie. Da ottobre 2002, la fondazione presenta mostre d’arte intitolate Propos d’Europe che hanno lo scopo di porre i riflettori sulla scena artistica di un paese e sulle ricchezze e sulle diversità culturali dell’Europa, presentando le opere di artisti che vivono in diversi stati del continente, il cui lavoro è nutrito sia dalla cultura del proprio paese che da quella europea.

 

La fondazione ha anche dato vita al “Hippocrene Prize for Education about Europe”, che vede la sua prima edizione nel 2010, in collaborazione con l’Accademia di Parigi e con il sostegno della Maison de l’Europe di Parigi e l’European Association of Education (AEDE). Dal 2012, il premio è stato promosso a livello nazionale, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e l’agenzia Europe-Education-Formation-France. Nel 2013, la fondazione ha inoltre organizzato il Premio Parigi-Berlino in collaborazione con la Fondazione Allianz, le autorità educative di Parigi e Berlino e con il sostegno della OFAJ, per celebrare l’anniversario del Trattato dell’Eliseo.

Oscar Tuazon

Two-part Chair, ink on paper, 2012

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Staircase), 2008

Oscar Tuazon

Formerly, when how to get my living honestly..., 2012

Peter Fend

Uber die Grenze: May Not Be Seen or Read or Done, 2012 (detail)

Beau Dick

Shaman, 2009

Oscar Tuazon

Two Possible Chairs IV, 2012

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Lamp), 2008

Scott Burton

21 aprile > 20 luglio 2012

 

by Oscar Tuazon

 

con Scott Burton, Beau Dick, Peter Fend, Jackie Ferrara, Martino Gamper, Bruce Goff, Elias Hansen, Bea Schlingelhoff, Oscar Tuazon

“La base, o il piedistallo, è una forma specializzata del tavolo.”
– Scott Burton

 

Ho intitolato la mostra “Scott Burton” perché dovevo scegliere un nome che esprimesse il mio stato d’animo. Probabilmente avrebbe avuto più senso prendere il titolo da Bea Schlingelhoff, e chiamarla “Fuck The Participant”, un gioco di parole che avrebbe descritto più precisamente il dualismo presente nel lavoro di Burton, sottilmente perverso, antagonista, sexy. C’è un bellissimo autoritratto di Burton, in posa con una parrucca Afro e la faccia bianca, vestito con la salopette e un enorme dildo, che potrebbe benissimo essere il sottotitolo di Fuck the Participant.

 

Credo di aver provato a diventare Scott Burton. Non so come fanno gli altri, ma io ho fatto così. Ed è stato strano. Un demone è entrato nella mia testa. All’improvviso ero solo dentro la casa di quel demone. Ho provato a costruire i piedistalli, ho provato a costruire i tavoli. Ho letteralmente pensato di diventare un’altra persona, indossavo una maschera di Beau Dick. Dick fa maschere della tradizione cerimoniale Kwakiutl, oggetti designati ad avere una funzione—ma un’idea di funzionalità che si espande per includere stati e sogni allucinogeni. Chiamatela utilità psichica. Io non so come chiamarla, ma so quello che fa. Sono sicuro che Dick indossa le maschere mentre le costruisce, come Martino Gamper testa una sedia, sedendovisi, collaudandola col suo corpo. Che è qualcosa che non puoi dire della pittura. Bea dice “la pittura è una tecnica che potrebbe essere intrinsecamente sospetta”, ed io tendo ad essere d’accordo con lei.

 

I rendering di Bruce Goff, l’originale architetto criminale, sembrano più illustrazioni di fantascienza che architetture tradizionali. Si può immaginare Goff, in pigiama di seta, mentre costruisce nella sua testa scale frattali in cristallo, porta alla luce orbite, indora l’intero portale, dentro e fuori. Anche io e Elias ci abbiamo provato, non è andata bene. Jackie Ferrara ha adottato un approccio più sistematico, rigoroso e lineare, un metodo che si ripete. Ferrara, uno dei pochi artisti che si sono avventurati nella pericolosa zona tra la scultura e l’arredo prima di Burton, è conosciuta principalmente per i lavori tridimensionali. L’ampia selezione di disegni e fotografie inclusi nella mostra, sebbene appartenga a un periodo che va dal 1981 al 2007, dimostra una notevole coerenza. Senza pretese e sobri, i disegni hanno una rara chiarezza didattica—leggendoli è quasi un’esperienza fisica.

 

Scott Burton fu invitato a disegnare le sedute per la galleria d’arte del Massachusetts Institute of Technology mentre stavano ancora progettando l’edificio e trascorse molto tempo a studiare le planimetrie con l’architetto, I. M. Pei, focalizzandosi alla fine su un particolare elemento dell’edificio. La proposta di Burton fu una panchina di granito nella hall, il cui schienale fungeva da ringhiera del mezzanino del palazzo, scomparendo silenziosamente nell’architettura dell’edificio. Da un altro punto di vista, la proposta di Burton travisa la funzione prestabilita dello spazio, creando una zona di confusione al centro dell’edificio. Credo che questo si chiami “dominare dal basso.” Certo, questo gesto radicale era illegale poiché trasgrediva il regolamento edilizio sull’utilizzo e sull’altezza della ringhiera. La proposta fu considerata troppo pericolosa da realizzare, e quindi Burton trasformò l’idea iniziale in un’elegante e sobria panchina che seguiva a distanza la curva della ringhiera, sparendo di nuovo.

 

Il lavoro di Burton è caratterizzato da invisibilità—perversamente banale, non appariscente, brutto, doloroso sui genitali, masochistico—e una specie di brutale auto-riconoscimento, realismo doloroso. Brancusi ha trovato un nome, ‘scultura pragmatica’ che a Burton piaceva usare, ma lui era più severo con se stesso rispetto a Brancusi. Mentre Burton era un vero nichilista, Peter Fend rimane, per qualche oscura ragione, un incurabile ottimista, l’unica persona che mi viene in mente che ancora crede, ardentemente, nella potenzialità rivoluzionaria di un’opera d’arte nel trasformare il mondo. Quello che condividono, a parte un amore masochista per il fallimento, è un ideale visionario e ispirante di un’arte invisibile, ubiqua, elementare. Viva nel mondo. E, come i disegni di Ferrara, decisamente parziale, incompleta—istruzioni che attendono azione.

 

L’essenza di una sedia è che quando la stai usando non la stai guardando. Può una scultura di una sedia può essere anche una sedia, può una cosa può avere una doppia identità, essere raddoppiata, transessualizzata, perché non può una cosa può essere due cose?

Hello

 

Edizioni Nero
Tiratura di 1000 esemplari
2012
Italiano/Inglese
25,00€

 

Pubblicato in occasione della mostra di Simon Dybbroe Møller, Hello, il catalogo include un testo di Chris Sharp.

 

 

  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer veertien, home, 4k video, 54'00'', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 Courtesy Monitor Gallery, Rome; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Rome.
  • Guido van der WerveNummer vertieen, home, 2013 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveNummer vertieen, home, 2013 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveNummer dertien, emotional poverty, Effugio C, You’re always only half a day away, 2010-11 installation view photo Giorgio Benni
  • Guido van der WerveEverything is going to be alright, 2007

Nummer Veertien, home

5 febbraio > 23 marzo 2013

 

Dal 2003, anno in cui realizza il suo primo film, l’artista olandese Guido van der Werve basa i suoi lavori su azioni performative bizzarre, estreme, giocando sul continuo slittamento dal piano del reale a quello del fantastico. Musica, resistenza fisica e natura selvaggia ritornano come componenti simboliche nelle sue visioni metafisiche, dove l’artista ricopre spesso il triplice ruolo di protagonista, compositore e maratoneta. Prove solitarie di superamento del proprio limite personale, segnato da paure e blocchi emotivi, vengono documentate con uno stile freddo, impassibile capace però di rivelare uno spirito profondamente ironico e romantico.

 

Nummer veertien, home è il nuovo film e il primo lungometraggio realizzato nel 2012 da van der Werve. Dal 5 febbraio 2013, per la prima volta in Italia, sarà possibile assistere alla proiezione presso la Fondazione Giuliani. Si unisce alla presentazione dell’ultima opera dell’artista il video You’re always only half a day away, che costituisce una delle parti in cui si divide il lavoro Nummer dertien, emotional poverty del 2010-2011.

 

Per venti giorni, lungo un percorso di circa 1700 km dalla Polonia alla Francia, Guido van der Werve intraprende un estremo pellegrinaggio, a nuoto, in bicicletta e in corsa, verso la tomba di Frédéric Chopin. Il compositore polacco, sepolto nel cimitero parigino di Père Lachaise, espresse come ultimo desiderio prima di morire che il suo cuore fosse riportato in patria, nella chiesa di Santa Croce a Varsavia, dove si apre Nummer veertien, home. Un requiem composto dall’artista accompagna tre narrazioni che s’intrecciano: il suo viaggio nostalgico a passo di triathlon, un irreale ritorno nella natia Olanda ed una sorta di documentario su Alessandro Magno, morto lontano da casa come Chopin. Elemento chiave del film, caratteristico della pratica di van der Werve, è l’uso calibrato di un sottile umorismo che allenta l’atmosfera cupa e malinconica dei suoi lavori, rendendo surreali le sue ardue performance. La ricerca di un equilibrio tra stati d’animo ed emozioni contrastanti è metafora di un’intima conflittualità interna che attraverso i vari film viene estrapolata, sdrammatizzata, resa più sostenibile.

 

In Nummer dertien, emotional poverty il mito del ‘non ritorno’, la stasi emotiva e il senso latente di fallimento diventano fattori scatenanti di tre prove di resistenza estreme, documentate attraverso una serie di diapositive, fotografie, un testo e il video You’re always only half a day away. Qui van der Werve si cimenta in una corsa senza sosta intorno alla sua casa in Finlandia sfidando con ironia se stesso e l’attenzione dello spettatore per dodici ore consecutive.

 

Co-prodotto dalla Fondazione Giuliani, Nummer veertien, home è stato presentato in anteprima europea all’International Film Festival Rotterdam, ed è in mostra allo Stedelijk Museum di Amsterdam dal 25 gennaio fino al 28 aprile 2013.

 

Nato a Papendrecht in Olanda nel 1977, Guido van der Werve vive attualmente tra Hassi (Finlandia) e Berlino. Tra le più recenti mostre personali si possono annoverare Secession, Vienna (ad avvenire, 2013); Nummer veertien, Luhring Augustine Gallery, New York (2012); Emotional Poverty, Galerie Juliette Jongma, Amsterdam (2011); Blackbox, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington DC (2009); Everything is going to be alright, Hayward Gallery, Londra (2008); on parity of days, Kunsthalle Basel (2008).

Once upon a time a clock-watcher during overtime hours

 

Edizioni Nero
Tiratura di 1000 esemplari
2011
Italiano/Inglese
20,00€

 

Pubblicato in occasione della mostra di Ahmet Öğüt, Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, il catalogo include testi di Adrienne Drake e Bruce W. Ferguson.

 

 

 

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BRUCE FERGUSON IN CONVERSAZIONE CON AHMET ÖĞÜT

 

Bruce Ferguson in conversazione con Ahmet Öğüt

venerdì 16 settembre 2011
alle 14:00

SALT Beyoğlu
Istiklal Caddesi 136, Beyoğlu 34430 Istanbul

 

Nell’ambito della mostra Across the Slope dell’artista Ahmet Öğüt in corso presso SALE Beyoğlu, il curatore e critico Bruce Ferguson and Ahmet Öğüt discuteranno sul recente progetto dell’artista Once upon a time a clock-watcher during overtime hours presentato alla Fondazione Giuliani, Roma.

Il catalogo della mostra alla Fondazione Giuliani, che include un saggio di Ferguson, sarà presentato durante la conferenza.

Ahmet Öğüt

Wikipolis, 16mm film, 2011

Once upon a time a clock-watcher during overtime hours

30 aprile > 23 luglio 2011

 

Con spirito acutamente perspicace e tagliente, Ahmet Öğüt esamina le casualità quotidiane, i comportamenti e i gesti informali che testimoniano le più ampie strutture globali sociali e politiche. Attraverso l’uso di diversi mezzi espressivi, dall’installazione e la performance al disegno, al video, a interventi in spazi pubblici, Öğüt intreccia racconti che si dipanano tra pratica artistica e vita sociale per provocare consapevolezza critica e sottili slittamenti di prospettiva.

 

In Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, l’artista orienta la sua pratica verso una nuova direzione, usando come risorsa una collezione d’arte. Öğüt ha selezionato opere di Marina Abramovic, Giovanni Anselmo, Carl Andre, Mircea Cantor, Peter Coffin, Cyprien Gaillard, Joseph Kosuth e Sislej Xhafa dalla Collezione Giuliani, creando intorno a ogni lavoro “atmosfere” o interventi che pongono l’attenzione sulle caratteristiche dei lavori stessi e suggerendo allo stesso tempo narrazioni sovrapposte con la prospettiva di generare e potenziare nuovi significati. Questi interventi partono dalla considerazione che nessuna opera d’arte ha una sola lettura ma è aperta a interpretazioni soggettive. Mentre rende omaggio ai lavori di questi artisti, Öğüt mette in questione l’originalità e l’intenzionalità autoriale. Egli crea testi visivi che invitano lo spettatore a riflettere intenzionalmente su un’opera d’arte mentre formula nuove considerazioni e multiple letture.

 

Dispersi nello spazio espositivo ci sono inoltre un gruppo di lavori dell’artista stesso, tra cui alcuni sono stati prodotti in occasione della mostra. Queste opere sottolineano il suo costante interesse rivolto al tempo, alle strutture sociologiche e ai meccanismi di sorveglianza e controllo. Il film in 16 mm, Wikipolis, giustappone una scena di Metropolis, film capolavoro del 1927 di Fritz Lang sulla distopia urbana, con un’immagine di un ex bunker nucleare a Stoccolma che oggi ospita un centro dati con 8000 servers, due dei quali appartengono a WikiLeaks. L’installazione interattiva, River Crossing Puzzle, trasforma un tradizionale puzzle per bambini in un gioco ludico ma carico di preconcetti politici, mentre con My Spy Desk, gli spettatori della mostra diventano involontariamente protagonisti. In definitiva, Once upon a time a clock-watcher during overtime hours, invita lo spettatore a testomoniare e partecipare a un esercizio di ironia, sfumatura e lettura a più livelli.

Ahmet Ögüt

River Crossing Puzzle, 2010 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

River Crossing Puzzle, 2010 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

1 of 1000 Ways to Stabilise a Wobbly Table, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

1 of 1000 Ways to Stabilise a Wobbly Table, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

My Spy Desk, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

My Spy Desk, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Ahmet Ögüt

Wikipolis, 2011

Ahmet Ögüt

Wikipolis, 2011 (photo Gilda Aloisi)

Once upon a time, opere Öğüt

Nora Schultz

collage, 2010

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz, avere luogo

Installation view, photo Gilda Aloisi

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Print Station avere luogo, 2010

Nora Schultz

Chairs Times I0 & Black Square Times 2, 2010

Nora Schultz

Piece of Tunnel, 2010

Nora Schultz

Frau und Untitled am Strand, 2007 - 2009

Nora Schultz

Turning a Flat Shape Around, 2009

Nora Schultz

Car, 2009; Untitled, 2010

Nora Schultz

X-Tables, 2007

Nora Schultz

Arrow Sculpture, 2007

Nora Schultz

Ergodynamischer Stuhl 3, 2009

Nora Schultz

BMX Path, 2010

Nora Schultz

Untitled (foam mattress I), 2007

Nora Schultz

Model for Underground Airport (After Vantongerloo), 2010

Nora Schultz

Model for a Stage, 2007

Nora Schultz

Collection, 2010

Nora Schultz

Collection, 2010

Nora Schultz

Collection, 2010

avere luogo

12 ottobre > 31 dicembre 2010

 

Assi di metallo, tubi, rampe, lastre di ferro, magneti, corde, gomma. Le sculture di Nora Schultz sono quasi sempre realizzate con materiali di scarto trovati ovunque, sottratti al loro originario contesto e accostati dall’artista con apparente naturalezza sotto la quale si maschera una fitta trama di relazioni interne. Residui fragili della contemporaneità, resi deboli dall’improvvisa detrazione di originaria funzionalità, i materiali, ricollocati nello spazio espositivo, manifestano al contrario il peso della propria presenza.

 

Questa schietta materialità restituisce alle sculture di Nora Schultz l’immediatezza del momento e le rende, prima di ogni altra considerazione, autentici oggetti. Lo spettatore è chiamato di conseguenza a un confronto diretto con essi: che cosa costituisce una scultura? Che cosa costituisce un’immagine? E da cosa è costituita la sua identità culturale nel “qui e ora”? Lasciate “completamente aperte” a filtrare la dimensione spazio–temporale circostante, le sue sculture definiscono o destabilizzano il luogo in cui si trovano rendendolo ad ogni modo evidente attraverso l’installazione stessa.

 

Il termine “luogo” scelto in esplicita contrapposizione alla nozione di spazio, è il filo conduttore della mostra. Il luogo implica l’accadere di qualcosa, un movimento, un’esistenza che riflette una dimensione temporale ben precisa. Intendere la scultura come “luogo” e a sua volta il luogo come “spazio in un ambiente che è stato modificato in modo tale da rendere il contesto generale più evidente”. Questa nota citazione di Carl Andre riferita alle sue sculture prodotte semplicemente posizionando delle unità sul pavimento e alla loro capacità di creare luogo, è insieme ai postulati della Minimal Art, un importante riferimento in questa mostra.

 

In mostra sono presenti una selezione di opere realizzate da Nora Schultz negli ultimi quattro anni che dialogano all’interno dello spazio espositivo con sculture e collage prodotti invece per questa prima personale in Italia.

 

Con il progetto avere luogo, inoltre,la Fondazione Giuliani inaugura ufficialmente una serie di mostre personali che saranno dedicate ad artisti italiani e internazionali invitati a far dialogare il proprio lavoro con le opere della Collezione. avere luogo nasce però non tanto da un dialogo di Nora Schultz con alcune opere scelte dalla collezione quanto da un’attenta riflessione sulla collezione in se come elemento generatore di luoghi.  Affascinata dall’intimo rapporto che lega un collezionista alle sue opere, Schultz ripercorre i luoghi privati della collezione e ne fa una rilettura personale catturando le immagini delle opere attraverso una serie di fotografie che se da un lato riflettono la loro disposizione attuale nello spazio, dall’altro restituiscono il personale movimento dell’artista in quella precisa circostanza.