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Oscar Tuazon

Two-part Chair, ink on paper, 2012

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Scott Burton by Oscar Tuazon

Installation view, photo Giorgio Benni.

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Staircase), 2008

Oscar Tuazon

Formerly, when how to get my living honestly..., 2012

Peter Fend

Uber die Grenze: May Not Be Seen or Read or Done, 2012 (detail)

Beau Dick

Shaman, 2009

Oscar Tuazon

Two Possible Chairs IV, 2012

Oscar Tuazon/Elias Hansen

Untitled (Kodiak Lamp), 2008

Scott Burton

21 aprile > 20 luglio 2012

Scott Burton
by Oscar Tuazon

con Scott Burton, Beau Dick, Peter Fend, Jackie Ferrara, Martino Gamper, Bruce Goff, Elias Hansen, Bea Schlingelhoff, Oscar Tuazon

“La base, o il piedistallo, è una forma specializzata del tavolo.”
– Scott Burton

Ho intitolato la mostra “Scott Burton” perché dovevo scegliere un nome che esprimesse il mio stato d’animo. Probabilmente avrebbe avuto più senso prendere il titolo da Bea Schlingelhoff, e chiamarla “Fuck The Participant”, un gioco di parole che avrebbe descritto più precisamente il dualismo presente nel lavoro di Burton, sottilmente perverso, antagonista, sexy. C’è un bellissimo autoritratto di Burton, in posa con una parrucca Afro e la faccia bianca, vestito con la salopette e un enorme dildo, che potrebbe benissimo essere il sottotitolo di Fuck the Participant.

Credo di aver provato a diventare Scott Burton. Non so come fanno gli altri, ma io ho fatto così. Ed è stato strano. Un demone è entrato nella mia testa. All’improvviso ero solo dentro la casa di quel demone. Ho provato a costruire i piedistalli, ho provato a costruire i tavoli. Ho letteralmente pensato di diventare un’altra persona, indossavo una maschera di Beau Dick. Dick fa maschere della tradizione cerimoniale Kwakiutl, oggetti designati ad avere una funzione—ma un’idea di funzionalità che si espande per includere stati e sogni allucinogeni. Chiamatela utilità psichica. Io non so come chiamarla, ma so quello che fa. Sono sicuro che Dick indossa le maschere mentre le costruisce, come Martino Gamper testa una sedia, sedendovisi, collaudandola col suo corpo. Che è qualcosa che non puoi dire della pittura. Bea dice “la pittura è una tecnica che potrebbe essere intrinsecamente sospetta”, ed io tendo ad essere d’accordo con lei.

I rendering di Bruce Goff, l’originale architetto criminale, sembrano più illustrazioni di fantascienza che architetture tradizionali. Si può immaginare Goff, in pigiama di seta, mentre costruisce nella sua testa scale frattali in cristallo, porta alla luce orbite, indora l’intero portale, dentro e fuori. Anche io e Elias ci abbiamo provato, non è andata bene. Jackie Ferrara ha adottato un approccio più sistematico, rigoroso e lineare, un metodo che si ripete. Ferrara, uno dei pochi artisti che si sono avventurati nella pericolosa zona tra la scultura e l’arredo prima di Burton, è conosciuta principalmente per i lavori tridimensionali. L’ampia selezione di disegni e fotografie inclusi nella mostra, sebbene appartenga a un periodo che va dal 1981 al 2007, dimostra una notevole coerenza. Senza pretese e sobri, i disegni hanno una rara chiarezza didattica—leggendoli è quasi un’esperienza fisica.

Scott Burton fu invitato a disegnare le sedute per la galleria d’arte del Massachusetts Institute of Technology mentre stavano ancora progettando l’edificio e trascorse molto tempo a studiare le planimetrie con l’architetto, I. M. Pei, focalizzandosi alla fine su un particolare elemento dell’edificio. La proposta di Burton fu una panchina di granito nella hall, il cui schienale fungeva da ringhiera del mezzanino del palazzo, scomparendo silenziosamente nell’architettura dell’edificio. Da un altro punto di vista, la proposta di Burton travisa la funzione prestabilita dello spazio, creando una zona di confusione al centro dell’edificio. Credo che questo si chiami “dominare dal basso.” Certo, questo gesto radicale era illegale poiché trasgrediva il regolamento edilizio sull’utilizzo e sull’altezza della ringhiera. La proposta fu considerata troppo pericolosa da realizzare, e quindi Burton trasformò l’idea iniziale in un’elegante e sobria panchina che seguiva a distanza la curva della ringhiera, sparendo di nuovo.

Il lavoro di Burton è caratterizzato da invisibilità—perversamente banale, non appariscente, brutto, doloroso sui genitali, masochistico—e una specie di brutale auto-riconoscimento, realismo doloroso. Brancusi ha trovato un nome, ‘scultura pragmatica’ che a Burton piaceva usare, ma lui era più severo con se stesso rispetto a Brancusi. Mentre Burton era un vero nichilista, Peter Fend rimane, per qualche oscura ragione, un incurabile ottimista, l’unica persona che mi viene in mente che ancora crede, ardentemente, nella potenzialità rivoluzionaria di un’opera d’arte nel trasformare il mondo. Quello che condividono, a parte un amore masochista per il fallimento, è un ideale visionario e ispirante di un’arte invisibile, ubiqua, elementare. Viva nel mondo. E, come i disegni di Ferrara, decisamente parziale, incompleta—istruzioni che attendono azione.

L’essenza di una sedia è che quando la stai usando non la stai guardando. Può una scultura di una sedia può essere anche una sedia, può una cosa può avere una doppia identità, essere raddoppiata, transessualizzata, perché non può una cosa può essere due cose?