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  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
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  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam FallsUntitled (Moon Phase, October 2014, Northern Hemisphere), 2014 (detail)
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Christopher), 2014
  • Sam FallsUntitled (Now), 2014
  • Sam Fallsinstallation view at Fondazione Giuliani, Rome, 2015, photo Giorgio Benni
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)
  • Sam FallsUntitled (Life and death, asiatic lilies), 2014 (diptych, detail)

Sam Falls

14 febbraio > 18 aprile 2015

 

“Ruotando intorno alla terra, la luna prova ad attirare tutto ciò che la circonda. L’unica cosa che la terra non riesce a trattenere è l’acqua. Le persone possono trattenere qualunque cosa, tranne il tempo. Salendo e scendendo l’acqua dell’oceano pulisce le rocce e la sabbia mentre il tempo passando e lenendo le ferite invecchia i nostri corpi. Nella luna come nel tempo c’è bellezza e tristezza. C’è un eterno ritorno nel ciclo della marea che sfida il tempo mentre per noi è impossibile sfuggirgli. Questa mostra sovrappone elementi naturali e processi artistici per sottolineare il nostro rapporto con il tempo, l’intrinseca leggerezza e oscurità dell’invecchiare, l’attrazione gravitazionale della vita, l’aleggiante spettro della nostalgia.

 

Lo spicchio di luce che illumina la luna, o la sua posizione rispetto alla terra che la oscura, cambia di mese in mese dipendendo dall’asse terrestre. Le opere in mostra rappresentano un ciclo della luna abbreviato nell’ottobre 2014. Le fasi lunari sono state delineate e illuminate con candele in cera d’api fatte a mano, ognuna di colore diverso, poi fotografate e riprodotte su lino; in seguito le stampe sono state appoggiate al muro e disposte sotto le candele, nuovamente accese, che sono state lasciate bruciare facendo sgocciolare la cera sopra la stampa. Le candele erano disposte sul muro in orizzontale e a forma di luna, per fare in modo che emettessero l’immagine della luna bruciando lungo il loro asse orizzontale; la cera colava più in alto dell’asse verticale della stampa sottostante: più vicina era la fiamma alla parete, più in alto gocciolava sulla stampa. Il movimento verticale descritto dalla cera caduta sulla stampa rappresenta il tempo come la marea che scivola sulla spiaggia; la posizione orizzontale riprende la geografia della luna e la luce crescente e calante. Le stampe nere illustrano i diversi cicli della luna e il tempo che impiega una candela a bruciare, mentre le rispettive controparti in bianco, che erano il bordo inferiore di ogni stampa, illustrano le fasi della luna, un’astratta cronologia del tempo di un mese.

 

“Adesso”, ossia il presente, è in assoluto il momento d’oro del tempo, a differenza del passato che decade e del futuro che spaventa. Nel mio lavoro sono sempre stato interessato a come tradurre fedelmente il tempo e comprenderlo meglio attraverso l’arte. Un modo è stato quello di lasciare il comando della produzione agli elementi naturali, come il sole e la pioggia. Lo spettatore intergisce direttamente con il tempo dato che c’è meno mediazione da parte mia: accade ad esempio nel tessuto lasciato all’aperto per un anno con uno pneumatico sopra, col fine di crearne un’immagine attraverso lo scolorimento del tessuto circostante. L’immagine finale fluttua tra un cerchio astratto e un’immagine indessicale dello pneumatico e il processo produttivo crea un’opera appagante nel presente, sia per me che per lo spettatore, anche se parla al passato. L’ottimismo della produzione contiene anche la malinconia dell’invecchiamento.

 

La marea si muove secondo una ciclicità inesorabile, a differenza della persistenza in avanti del tempo. Nello stesso modo in cui mi sono interressato alla dualità in arte tra astrazione e indessicalità, nichilismo e ottimismo, l’ho fatto anche nella vita tra il personale e l’universale. Questa idea è ben definita in linguistica come shifter: una parola come “questo” o “quello” acquista un significato diverso a seconda di ciò a cui fa riferimento, o pronomi personali come “io” o “tu” si ricollegano alla persona che indicano sul momento. Il fulcro della questione è spiegato perfettamente nel testo di Rosalind Krauss, Notes on the Index Part, dove è presente questa citazione di Roman Jakobson: “a shifter is ‘filled’ with signification’ only because it is ‘empty’”. A mio avviso, “adesso” è uno shifter temporale: non fa mai riferimento allo stesso momento perchè il tempo è inafferrabile e il futuro vuoto e inesistente è riempito di significato solo quando diventa “adesso”. Questa semplice idea è molto importante per me e il video in mostra la illustra insieme alle polaroid di un fiore, adesso sbocciato, poi secco.

 

Le opere con l’elio nascono nel tentativo di ampliare l’idea di shifter, non solo come funziona nel tempo ma nel mondo fisico al di là del linguaggio. La luce incandescente è carica di elio e i palloncini sospesi sono riempiti di elio: attivo in due stati fisici particolarmente drammatici, l’elemento naturale non cambia. L’elettricità mostra il colore dell’elio e i palloncini gli danno forma: l’immagine è rappresentativa ma anche piuttosto astratta e non so quale dei due incida di più nel dare all’opera la sua gravità. La forma dei vetri dei neon traccia i profili della mia famiglia, dei miei amici, di me stesso e dei miei cani. Queste opere rappresentano il microcosmo dell’invecchiamento; sorrette all’inizio, piene di energia e vita, caleranno nel tempo in perfetto stato restando alla fine sgonfie sul pavimento. Ciò che è stato continuerà a bruciare e i palloncini rimarranno a indicare la memoria di ciò che fu.”

 

- Sam Falls, gennaio 2015

 

Nato a San Diego, USA, Falls risiede attualmente a Los Angeles. A marzo 2015 inaugurerà una mostra personale presso Galleria Franco Noero di Torino. Tra le recenti mostre personali: Ballroom Marfa, Texas (upcoming, 2015); Pomona College Museum of Art, California; Public Art Fund, New York (2014); LA><ART, Los Angeles (2013).

  • The Registry of Promise: The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tonguesinstallation view
  • Becky BeasleyA Storage Space (After Faulkner), 2008 (Courtesy Laura Bartlett Gallery, London)
  • Michael Deanhnnnhhnnn-hnnnhnnnnh (Analogue Series), 2014 (Courtesy de kunstenaar, Herald St., Londen, Supportico Lopez, Berlijn)
  • The Registry of Promise: The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tonguesinstallation view
  • Reto PulferHermetisch (Pencils vs Papers), 2006
  • The Registry of Promise: The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tonguesinstallation view
  • Lucy SkaerUntitled (Le Siege), 2009
  • Jean-Luc MoulèneEchantillon / Monochrome, New York, March, 2010 (Courtesy de kunstenaar & Galerie Chantal Crousel, Paris)
  • The Registry of Promise: The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tonguesinstallation view
  • Matt MullicanChart, 2003
  • Carlo Gabriele TribbioliReperti per il prossimo milione di anni (Archivio), 2007/2009/2012 (Courtesy Laura Bartlett Gallery, London)

The Registry of Promise – Part Four

 

The Registry of Promise:
The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues

 

Becky Beasley, Michael Dean, Jean-Luc Moulène, Matt Mullican, Reto Pulfer, Lucy Skaer and Carlo Gabriele Tribbioli

 

Curated by Chris Sharp

 

January 25 – March 29, 2015

 

The Registry of Promise is a series of exhibitions that reflect on our increasingly fraught relationship with what the future may or may not hold in store for us. These exhibitions engage and play upon the various readings of promise as something that simultaneously anticipates a future, its fulfillment or lack thereof, as well as a kind of inevitability, either positive or negative. Such polyvalence assumes a particular poignancy in the current historical moment. Given that the technological and scientific notions of progress inaugurated by the enlightenment no longer have the same purchase they once did, we have long since abandoned the linear vision of the future the enlightenment once betokened. Meanwhile, what is coming to substitute our former conception would hardly seem to be a substitute at all: the looming specter of global ecological catastrophe. From the anthropocentric promise of modernity, it would seem, we have turned to a negative faith in the post-human. And yet the future is not necessarily a closed book. Far from fatalistic, The Registry of Promise takes into consideration these varying modes of the future while trying to conceive of others. In doing so, it seeks to valorize the potential polyvalence and mutability at the heart of the word promise.

 

Taking place over the course of approximately one year, The Registry of Promise consists of four autonomous, inter-related exhibitions, which can be read as individual chapters in a book. It was inaugurated by The Promise of Melancholy and Ecology at the Fondazione Giuliani, Rome, then followed by The Promise of Multiple Temporalities at Parc Saint Léger, centre d’art contemporain, Pougues-Les-Eaux, then The Promise of Moving Things at Centre d’art contemporain d’Ivry – le Crédac, Ivry-sur-Seine, and will conclude with The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues at De Kabinetten van De Vleeshal, Middelburg.

 

The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues

 

The fourth and final part of The Registry of Promise: The Promise of Literature, Soothsaying and Speaking in Tongues, addresses language, modes of writing and the book. Stretched to its breaking point while being at once materialized and dissolved into a certain opacity, language assumes a plastic quality in this exhibition– as if it were something that could be grabbed onto and held, and yet remained entirely beyond one’s grasp. What is more, in this exhibition language has been made to shed its practical capacity of communication, entering into a much more marginal space of purpose, while nevertheless seeking to foster a productive, if at times, sinister reverie.

 

All the artists included in this exhibition have a close relationship to language, but one which varies both formally and referentially. Becky Beasley and Michael Dean possess a distinctly literary approach, as in Beasley’s paper back-sized sculpture A Storage Space (After Faulkner), 2008. Fashioned out of Black American Walnut and black glass, this sculpture, whose dimensions is the same as two, identical Penguin editions of William Faulkner’s As I Lay Dying, borrows the aesthetic vocabulary of minimalism, underlining its historical antagonism to narrative and effectively funereal character through the definitive closure of the book– a closure that nevertheless does not shut down narrative possibility, but rather opens it up through its very absence. This more pointed literary work is complemented by the suspended rotating sculpture, Bearings, 2014. This three meter long, brass cast is made from nine twigs collected by the artist’s father from wind-fall after the St. Jude storm. Assembled as such, they could be read as a syntactical construction evocative of a divining rod. Michael Dean’s hnnnhhnnn-hnnnhnnnnh (Analogue Series), 2014, consists of a dictionary drenched in red ink and left out in the sun to dry. Twisted and gnarled, it resembles a large, red tongue, itself beleaguered and ultimately disfigured by language. Other artists, such as Jean-Luc Moulène and Lucy Skaer sublimate language into form, transposing it into something that at once transcends and remains immured in a decidedly unintelligible signification. Moulène’s Echantillon/Monochome, New York, March 2010, for instance, comprises four panels, which have been uniformed colored with Bic felt markers. Readable as so many palimpsests laboriously transformed into monochromes, these panels speak to a glut and total saturation of word stuffs. Lucy Skaer’s sculptural installation Untitled (Le Siège), 2009, consists of a table whose surface has been carved into an 0 and which she uses to draw prints from. Language’s communicative function is subordinated to a seemingly counterintuitive image-making process. The work of Matt Mullican, Reto Pulfer and Carlo Gabriele Tribbioli address language as something that exists between divination, world-making and speaking in tongues. While Matt Mullican is known for entering trance states to draw and write, elaborating systems as he proceeds,  as exemplified in the complex drawing Chart, 2003, presented here, the work of Reto Pulfer creates sculptures and installations based on his own private language systems. The work Hermetisch, 2006, which involves cards, language and sticks, is activated by a performance in which chance and language determine the overall structure of the final result, which is evocative of a kind of soothsaying ritual. Finally Carlo Gabriele Tribbioli’s installation Reperti per il prossimo milione di anni (2007-09) is the byproduct of an attempt to create a myth and ritual in the 21st century, whose primary audience is located in the future. Composed of everything from performance, photography, drawing, video, sculpture and installation, the final product consists of a meticulously and methodically constructed archive, which, for all its will to fashion a future myth, is ultimately inscrutable.