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Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller, Hello

Installation view, photo Francesco De Michelis.

Simon Dybbroe Møller

O and No, 2011

Simon Dybbroe Møller

O and No, 2011

Simon Dybbroe Møller

O and No, 2011

Simon Dybbroe Møller

O, 2011

Simon Dybbroe Møller

O, 2011

Simon Dybbroe Møller

Produce, 2011

Simon Dybbroe Møller

Produce, 2011

Simon Dybbroe Møller

Things Thinking Things, 2011

Simon Dybbroe Møller

Things Thinking Things, 2011

Hello

11 ottobre 2011 > 28 gennaio 2012

Hello,

contiene in sé una certa impalpabilità. Rispetto alle altre parole, si percepisce più come suono che come comunicazione di significato. Quando Thomas Edison scoprì il principio del suono registrato, la prima parola che urlò nella macchina fu ‘halloo’. Hello è il titolo dell’audio piece che, con un tono correttamente accentato e una tentata neutralità, vi parlerà quando entrate nella Fondazione Giuliani. Hello è anche il titolo di questa mostra.

Mi capita spesso di soffrire di vertigini improvvise quando mi trovo a pensare che forse gli oggetti si raggruppino da soli.
- Pablo Henrik Llambias

Sarà così: quando sarete in piedi o camminerete su O and No, il pavimento di una palestra assemblato con un intento diverso rispetto alla disciplina tipica dello sport, vedrete che questo è stato ridotto ad un’immagine. Un’immagine di eccesso materiale. Oppure un’immagine del nulla. Un’immagine di quello che trasforma hell (inferno) in hello. Sui muri vedrete O: in queste stampe a getto d’inchiostro lo stesso soggetto è riprodotto più e più volte, solo in differenti colori e stili. Essi hanno la loro origine in Word, un programma realizzato nel 1983 da Microsoft. In questo programma, viene offerta una gamma selezionata di colori e dimensioni per la produzione e l’output di lettere e numeri. Viene anche offerta la possibilità di annullare poi queste scelte. Questi O sono incompiuti. Non hanno mai chiuso il cerchio per diventare buchi nel linguaggio. Semplicemente ricambiano il sorriso. Se O è un oggetto, è un oggetto che non significa niente.

Things Thinking Things consiste in gruppi di oggetti fotografati, scelti in base alla più semplice delle regole fonetiche, quel profano strumento poetico: la rima. Qui, la rima è una macchina sputa oggetti. Ogni famiglia di oggetti viene sovrapposta secondo la generazione. E infine, Produce. Sono state prese stampanti qualsiasi direttamente dalla confezione, appese al muro, lingua fuori. Sono state scollegate nel bel mezzo della stampa del loro primissimo foglio di carta, e adesso sono li, appese, come a sostituire la cornice, che altrimenti avrebbe sostenuto l’immagine. La nuova bici non esiste.

Hello è la mia seconda mostra in Italia questo autunno. La prima, intitolata O, ha inaugurato a Milano qualche settimana fa. O, una sorta di eco prematura di Hello, oscilla tra il troppo e il meno di niente. Si potrebbe dire lo stesso per Hello, ma questa mostra fa un passo avanti. Hello si confronta con la spesa illimitata e la passiva indifferenza come modalità di resistenza.

Cari saluti,

Simon Dybbroe Møller

Berlino, Settembre 2011